Le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta

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Anche i cerimoniali che ruotano attorno al conseguimento della laurea ci connettono, nella debita misura, con l’antropologia di un popolo. I retaggi del nostro passato si sedimentano, ci perseguitano e si perpetuano. Provengono da lontano, da quel retroterra contadino per secoli e secoli vessato, affamato, assoggettato alle angherie dei Signori e dei Principi, degli Innominati e dei Don Rodrigo di turno con la pancia piena e col mento all’insù, ossessionati dal blasone delle onorificenze, ottenebrati dalla boriosità e dall’arroganza di si chi crede intoccabile. Come direbbe il Marchese del Grillo, presente nell’omonimo film di Monicelli, riferendosi ad una banda di poveracci: “Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo”.

Quel popolo minuto costantemente oppresso, in cerca di emancipazione e riscatto da appagare adottando gli stessi canoni valutativi dei loro oppressori, con la speranza di scalzarli dalle redini del cavallo, siamo noi. Al tempo dei nostri genitori e dei nostri nonni fino ad andare ancora più giù negli scantinati della storia, nei paesini di campagna ma non solo, chi si laureava veniva imbellettato di tutto punto e issato sulla punta del proscenio proprio come se fosse una madonna da esibire in processione. Auguri, baci, congratulazioni a destra e a sinistra al dottore, alla dottoressa, a queste mosche bianche, bianchissime, bianchissimissime perdio!, che si doteranno nella vita professionale e sociale di colletti lindi e tanto profumati.

Non come noi, pensavano i nostri cari, e i cari dei loro cari, e i cari dei cari dei loro cari, che le uniche mosche che conosciamo sono quelle che gironzolano attorno alla merda di cavallo e maiale, e anche di vacca. Non come noi, pensavano ancora, che ci detestiamo, ci facciamo schifo solo a guardarci: noi, contadinotti straccioni, poveri disgraziati costretti a piegarci come giunchi e a morire di fatica nei campi e nelle fabbriche, puzzolenti come siamo di sudore e terra messi assieme. I nostri figli, i nostri nipoti dovranno avere più fortuna di noi. Dovranno avere fame, dovranno preoccuparsi di svettare e sgomitare: ad ogni costo. Dovranno arrampicarsi più in alto possibile e scalare la vetta. Si creeranno una famiglia, com’è giusto che sia, dopodiché troveranno un lavoro che possa garantire quattrini e prestigio sociale. E dovranno nutrire stima, talmente tanta di quella stima in loro stessi che dovranno gonfiarsi, pomparsi, gonfiarsi, pomparsi di continuo, proprio come un tacchino in procinto di esplodere. Almeno, pensavano, verranno salutati e trattati con rispetto da chicchessia e non dovranno piegare il capo come facciamo noi quando dobbiamo rivolgerci al Commendatore, al Notaio, al Professore, al Giudice, al Padrone, che parlano, mangiano, vestono, comprano come Dio comanda. Se esisti devi apparire, figlio mio, a mammà, a papà, a zia, a nonna, e se non appari, aridaje, non sei un cazzo. Ricordatelo.

Le sedute di laurea. La pletora di parenti e amici vestita di tutto punto e pronta a godere del “magico” momento della proclamazione. La presentazione mnemonica della tesi del laureando di fronte alla commissione. La dichiaro “dottore/dottoressa” in tali e tali. Alè. Gli applausi scroscianti. Le strette di mano. Gli occhioni lucidi. Il completino elegantino. Il selfie qui. Il selfie lì. Le pose. Il fotografo ufficiale. I fiorellini. La coroncina. La bomboniera. La pergamena. La festa megagalattica dove se magna a quattro ganasce, in fondo, per esorcizzare quel passato ignominioso, appunto, fatto di povertà e miseria, di sangue e merda.

Riti. Riti stanchi attorno ai quali gli uomini e le donne e naturalmente anche le nuove generazioni palesano, trascinandosi altrettanto stanchi e pesanti come macigni, la propria insignificanza. In un mondo tanto superficiale quanto miserabile, dove si viene riconosciuti e giudicati dalle apparenze, ecco, l’ottenimento della laurea continua ad essere uno di quei traguardi che contribuiscono a riempire di stemmi e galloni e gradi il rispettivo doppiopetto (piccolo) borghese; tutti ne hanno uno dal momento che lo siamo tutti, (piccolo) borghesi. E in fatto di stemmi e galloni e gradi, fondamentale è esibirli truccandone il valore. Ovviamente al rialzo.

Ebbene, ritornando alle lauree, c’è da dire che il loro numero si è parecchio inflazionato. Il loro valore, appannato. Risultato: le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta.

Andrea Costanza