Scrivere: perché?

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Come avrete notato, mi sto prendendo un periodo di pausa da questo blog. Non riesco più a scrivere. Ho un blocco. Queste quattro parole in croce che sto mettendo assieme per farne un discorso, si spera sensato, sono solo il risultato di un faticoso compromesso con me medesimo. Sembra brutto mollare un blog di cui hai voluto la genesi, è da molto che non scrivi e allora cazzo scrivi qualcosa, mi son detto.

La verità è che la mia testa è vuota e indolente. E’ come se non avessi più nulla da dirmi e da dirvi. Ora come ora mi disgusta dar seguito a riflessioni su ciò che vedo e sento, sotto forma di racconti o articoli più o meno seriosi. Tuttavia sono convinto che tale digiuno creativo è passeggero e presto si tramuterà nuovamente in bisogno irrinunciabile a causa del mio masochismo. Anche il mio masochismo è in letargo, si sta prendendo una pausa.

Pensateci, però: cosa c’è di più avvilente che tentare di oggettivare, mediante la scrittura, lo squallore della realtà, lo squallore della vita quotidiana? Non basta doverla sopportare? Perché rimestare con le lettere e le parole nel letame? Non l’ho ancora capito. E poi: a che serve? A quale scopo? La scrittura, in fondo, è un’attività come un’altra. Sopravvalutata. Sopravvalutata come l’opinione che l’umanità ha di sé stessa. Qui è tutto uno specchiarsi, è tutto un celebrare il rispettivo ombelico, è tutto un gioco di pose e presunzioni collaterali di cui non riusciamo a fare a meno. Il perché, forse peccando di presunzione, penso di averlo capito. E’ solo che non mi va di scriverlo.

Andrea Costanza