Una femminista dallo psichiatra

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-Prego. Si accomodi.
-Come, scusi?
-Si accomodi.
-Può ripeterlo?
-Ripetere cosa?
-Quello che ha appena detto.
-Si accomodi… ho detto… solo questo.
-Cominciamo male. Molto male.
-Non ho capito.
-Ancora. Ancora quel tono.
-Quale tono?
-Il suo tono. Non mi piace. Deve cambiare tono di voce. Immediatamente.
-Non capisco… quale tono di voce abbia assunto con lei.
-Quello di un uomo che ha l’impellente esigenza di sopraffare. Di sopraffare una donna e io, lei non mi conosce, sono una donna molto intelligente, molto acuta e capisco.
-E cosa capisce?
-Vuole sfottere? Mi vuole provocare?
-No… no.
-Allora perché mi ha risposto così? “E cosa capisce”? Mi vuol far capire che non capisco niente?
-Ma no! Ma si figuri! Si calmi. Lei credo stia… stia… dico… stia travisando tutto! Si calmi. Mi dispiace.

Il viso dello psichiatra si fece cereo.

-Caro dottore, vedo che lei utilizza molto i congiuntivi.
-Beh, credo sia giusto utilizzare…
-… Peccato però che quelli suoi non sono congiuntivi. Sono solo dei finti, congiuntivi. Mascherati. Vigliaccamente.
-Per cortesia… cominciamo la seduta. Anzi, ricominciamo tutto daccapo… va bene? Le incomprensioni possono capitare.
-Sono degli imperativi quelli che lei sta utilizzando con me. Imperativi di cortesia. Cioè lei, in realtà, mi vuol dare degli ordini in modo affabile, sibilino, ma sempre di ordini si tratta. Sono sicura che non utilizza questo modo di fare coi pazienti uomini. Ne sono certa. Certissima!
-Si calmi, signora… ho altri pazienti dopo di lei e dobbiamo sfruttare al massimo il nostro tempo a disposizione. Prego, si accomodi.

Sebbene stesse cominciando a sudare, riuscì a dare alla sua paziente un’immagine di sé monolitica, un’immagine di un professionista che ha perfettamente il controllo della situazione. Ma non era così. Stava solo bluffando.

-Ancora! Ma lei proprio non vuole arrendersi. Voi, non volete arrendervi.
-Ma voi chi? Cosa sta dicendo, mi scusi?
-Voi chi? Ah ah! Non deve fare il finto tonto con me. Il fatto è che non volete saperne di cambiare. E’ più forte di voi. Continuate a spadroneggiare, a dispensare ciò che è giusto e sbagliato mentre la donna deve solo e soltanto abbassare la testa e pendere dalle vostre labbra. Come la volete voi, la donna? Lo so io: voi la volete emaciata e indifesa, che parla come un pulcino “piioo piiio piio pio pio pio!” e però, ci mancherebbe, deve essere anche troia. Una troia angelo. Una troia dolce e remissiva o magari spigliata fino ad un certo punto, perché oltrepassato quel punto Catwoman non può nulla contro Superman. Nella vostra concezione bacata del mondo e della donna, la donna non può essere ciò che vuole veramente. No. Ha bisogno del maschio per illudersi di volere ciò che desidera essere. Prima o poi ha bisogno di un maschio protettore. Di un principe azzurro. Di un padre e anche di un padrone e questo padre padrone ha bisogno, per sentirsi forte, per sentirsi un energumeno con le palle piene di sperma e autorevolezza e saggezza, di dispensare ordini anche sotto forma di consigli, indicazioni ed esortazioni. Come sta facendo lei in questo momento. Coi suoi imperativi spacciati per congiuntivi. Dietro la sua facciata, io lo so, dietro quella facciata del rispettabile professionista ligio al dovere, c’è quella di un uomo. Ovvero di uno scimmione sporco, schifoso e puzzolente, uno scimmione che prova con ogni mezzo a minacciare e a sedare e a piegare e allora zitta zitta, taci!, zitta zitta, obbedisci!, zitta zitta, soccombi!, zitta zitta, zitta zitta, zitta zitta, zitta zitta, ZITTA ZITTA!

Gridava e gridava fortissimamente e a quelle grida esacerbate da una frustrazione atavica, egli non sapeva come reagire. Stava perdendo i cocci della sua capacità d’analisi benché fosse abile a non darlo a vedere e però non gli bastava. Non doveva perdere in alcun modo la calma. La calma gli serviva come il pane. Non andare nel pallone, in quel momento, era tutto per lui.

– E’ finita la pacchia. E’ finita. E’ finita. La pacchia. E’ finita. E’ finita. E’ finita. La pacchia. La pacchia.
-Cosa… cosa… sta facendo… cosa ci fa con quel…?
-Coltello? Non le piace il mio coltello? E’ piccolo. Ma è affilato. Mi creda. Lo uso per difendermi dagli scimmioni sporchi, schifosi e puzzolenti. Lei è uno scimmione sporco e schifoso e puzzolente, per caso? Lo è? Sia sincero. Sincero. Lo sia. Sincero. Sincero. Lo sia. Sincero. Lei lo è o no?
-Io sono sempre sincero.
-Questa è bella! Ah ah ah! Lui è sincero!!! Ah ah!
-Sta mettendo in dubbio la mia…
-Voglio fare un gioco. Lo voglio fare. Lo voglio fare. Lo voglio fare. E ho bisogno però del suo aiuto. Forse, sì, forse, sì, forse forse mi devo scusare con lei se sono stata aggressiva. Per competere con gli uomini, bisogna esserlo. Bisogna farsi valere. Farsi rispettare. Bisogna essere delle guerriere, delle amazzoni, delle sentinelle della libertà e dell’emancipazione e della parità di genere, sì, sì, voglio fare un gioco, un gioco, un gioco, però ho bisogno del suo cellulare, mi dia il suo cellulare, ha la connessione internet, il suo cellulare?
-…
-Le ho fatto una domanda.
-Lei non sta bene, signora. Io posso aiutarla ma deve volerlo, il mio aiuto. Deve collaborare. Lo dico per il suo bene.
-Pregherei che mi rispondesse. Le ho chiesto se il suo cellulare ha la connessione internet.
-Sì, ce l’ha.
-Bene. Poi, sì, sì, ho bisogno che chiuda a chiave la porta del suo studio.
-Perché?
-Il perché lo capirà tra poco.
-Perché mi sta chiedendo questo?
-Altre domande non sono consentite. Io parlo e io decido e io pago, sono io a pagarle la prestazione. Su. Il cellulare e la chiave, chiuda la porta e poi la chiave la dia a me.

Lo psichiatra, alla sua prima seduta con questa nuova paziente, fu parecchio tentato di non obbedirle e tuttavia, pensò, prestarle il fianco disattendo le sue richieste peggiorerebbe solo la situazione, non conviene né a me né a lei che la sua rabbia imploda, no, meglio non rischiare. Assecondandola era convinto che la paziente si sarebbe calmata. Le obbedì.

-Bene. Ha fatto la cosa giusta. Non se ne pentirà.
-A che gioco vuole giocare? Io voglio giocare, però mi deve dire prima le regole… quali sono, le regole?
-Non ci sono regole. E’ un gioco senza regole. Le regole sono noiose e banali. Proprio come gli uomini.
-Senza regole, non si può giocare. Tutti i giochi hanno delle regole.
-E questo no. Questo non è un gioco come gli altri.
-Ma cosa sta facendo???
-Fa parte del gioco.
-Si rivesta!
-Non le piace vedere una donna nuda? Con le tette di fuori? Le piacciono, le mie tette? Sono sode, eh. Le guardi. Le guardi pure. Non mi arrabbio. Fa parte del gioco.
-Si rimetta subito i suoi vestiti! Questo sì che è un ordine!
-Le guardi. Non si preoccupi. Scommetto che vorrebbe toccarle. Può toccarle. Fa parte del gioco.
-Mi dia il mio cellulare! E poi la chiave! Subito!
-Ho capito. Lei è frocio. Non me l’aspettavo.
-Non sono gay!
-Non è frocio? E allora che fa, non ne approfitta? Un adone come lei non vuole approfittarne? Si rilassi. Non c’è bisogno di agitarsi.
-La smetta!
-Il mio culetto, le piace il mio culetto? E’ sodo anche questo. Lo guardi. Può toccarlo. Può toccarlo senza problemi. Fa parte del gioco.
-Che cosa vuole dimostrare con questo suo atteggiamento???
-Mi mantengo bene, io. Non è vero che le femministe sono tutte cesse. No no no no. Io, io sono un’eccezione.
-Si rivesta! Ora chiamo il 113!
-E come fa senza cellulare? Rivuole il suo cellulare?
-Sì! Me lo dia!
-Se lo venga a prendere, allora. Fa parte del gioco.

La paziente chiuse gli occhi e così lui poté guardarla senza inibizioni.

La guardò.

La guardò.

La guardò ancora.

Aveva ancora gli occhi chiusi e lui in cuor suo se ne rallegrò. Poteva ammirarla liberamente senza essere guardato e giudicato. Si sentì libero e si rallegrò anche di questo. Libero di apprezzarne la bellezza. Libero di apprezzarne la leggiadria con cui aveva cominciato ad oscillare lentamente il suo corpo. Danzava e danzava e nel giro di pochi istanti dava l’impressione di essere caduta in uno stato di trance. Come se una musica lontana e splendida e soave la stesse portando con sé nel suo mondo, in un mondo lontano e inospitale ai più. Poi però ritornò in sé.

-Le piace ballare? A me sì. Da morire. Da morire. Da morire. Le piace il cha cha cha? A me sì. Da morire. Da morire. Venga. Balli con me. Voglio ballare. Mi scusi se sono stata aggressiva, prima. Fa parte del gioco.
-Mi dia la chiave. E poi il cellulare. Per cortesia. Voglio solo lavorare. La prego, mi lasci lavorare.
-Il suo lavoro è così noioso. Se ne rende conto? Così frustrante. Certo, ben retribuito. Ma rimane frustrante. E lo sa perché? Perché della condizione dei suoi pazienti non gliene importa niente. Non è vero? Sbaglio?
-…
-Oddio! Ma cosa c’è dietro la patta dei suoi pantaloni, un pitone? Lei è proprio un monellaccio.
-…
-Vedo che sta prendendo confidenza col gioco. Apprezza, vedo. Le piaccio?
-…
-Le piaccio?
-Sì.
-Mi vuole scopare? Dica la verità. Non ci sente nessuno. Non ci vede nessuno.
-…
-Risponda!
-Sì.
-Cosa sì?
-Mi piacerebbe…
-Cosa le piacerebbe?
-Scoparla…
-Bravo. Ora è sincero. Lei ha una moglie? Ha dei figli?
-Ho una moglie. Ho due figli.
-Non lo sapranno mai. Tranquillo. L’adulterio è una pratica a cui un uomo non può rinunciare. La monogamia non fa per lui. La sua natura è quella che è. E’ quella di un predatore contro cui la sua preda non può nulla. Lo vedo nei suoi occhi iniettati di sangue, lo vedo, lo vedo, lo vedo, lo vedo, lo vedo che vuole ridurmi ad oggetto, a brandelli di ciccia.

Il suo corpo si muoveva su se stesso e si girava e si voltava sempre con movimenti di bacino e lo psichiatra ne subiva sempre di più il fascino e l’attrazione.

-Accetterò di essere la sua puttana. Prima però vorrei ballare il cha cha cha. Se balla con me il cha cha cha le prometto che mi farò montare come vuole lei. Non opporrò resistenza. Anche a me va di scopare e con quel cazzone che si ritrova mi ci divertirei molto. Lo vedo, lo vedo, lo vedo che ce l’ha, il cazzone. Venga. La sto aspettando.

Prese il cellulare dello psichiatra e lo consultò.

Parti una musica.

-Io adoro il cha cha cha, quello della segretaria di Michelino. Ha presente? Venga! La balli con me!

Il sangue del maschio gli ribolliva.

Quel viso suadente, quell’addome longilineo, quel seno prorompente, quel culo stretto e marmoreo rivolto all’insù, tutto ciò si inseriva nello sguardo di lui come ad un drappo rosso con cui il torero vuol aizzare la furia del toro.

Lui non voleva ballare.

Lui voleva penetrarla.

L’animale che aveva dentro di sé aveva cacciato fuori di casa l’uomo mite. A quell’uomo mite, poiché in modo mite si presentava in società nella vita di tutti i giorni, gli era stata accesa proprio sotto il naso la miccia che avrebbe portato di lì a poco all’implosione della fiamma, una fiamma animalesca, una fiamma antica tanto quanto la storia del mondo.

Si scagliò con prepotenza verso la femmina. Azzannò i suoi seni e li leccò e li baciò e li morse avidamente e nello stesso momento li strinse con tutt’e due le mani.

Cha cha cha della segretaria
cha cha cha
che non pensa a dattilografar…
cha cha cha della segretaria,
cha cha cha
che bonito cha cha cha
Cerco, cerco
segretaria competente,
e non importa che sia bionda
oppure no!
E’ importante che sia giovane
e carina…

La femmina sorrideva e ansimava e si compiaceva del suo godere.

Passò a baciarla e a palpeggiarla su tutto il corpo con mani che sembravano tenaglie e la sua testa fini giù in direzione della sua fica e gliela leccò con violenza.

Lei rideva e godeva e godendo non la finiva di ridere e la musica del cha cha cha faceva da sfondo a quell’incontro di natura sessuale tra animale maschio e animale femmina, anche se non era riducibile a questo, o meglio, lo era nella funzione del conflitto, dello scontro in atto per la supremazia.

Il maschio decise che era giunto il momento di sferrare l’offensiva delle offensive piegando e sottomettendo la femmina. Voleva farle provare la sua potenza montandola a pecora e pertanto si slacciò la cintura dei pantaloni e i pantaloni caddero e anche le mutande scesero giù. Poi la prese per il collo e glielo strinse più forte che poteva e la vide con un’espressione soccombente e il cazzo gli si fece ancora più duro. La femmina provò a reagire prima ringhiando e poi sputandogli in faccia, lui la sedò con uno schiaffo e poi con un altro ancora più forte e subito dopo venne la minaccia, una minaccia palesata nella mimica del suo viso che faceva presagire, nel caso di una reiterata disobbedienza da parte di lei, l’arrivo di un pugno o di una testata o di chissà cosa.

Allora la femmina scoppiò a ridere.

E il maschio non capiva.

Rideva e rideva e rideva ancora più forte.

E il maschio non capiva e continuando a non capire vide il suo cazzo cadere per terra.

Sangue.

Tanto sangue.

Dopodiché cadde anche il maschio.

In ginocchio con le mani ricolme del sangue del suo compagno di battaglia morto ammazzato in un agguato. Se lo guardò di fronte a sé barbaramente dilaniato e non voleva credere al dolore atroce che stava provando e si contorse e si contorse tutto gridando e gridando come un maiale assatanato.

Arrivò il momento che non ebbe più la forza di reagire e così la femmina afferrò la sua testa per i capelli e col coltello completò l’opera tranciandogli di netto la carotide.

Altro sangue si riversò come lava incandescente in un’eruzione vulcanica e colava e fluiva e si riversava dappertutto a fiotti violenti.

Era ancora vivo, il maschio. Con gli occhi fissi verso la morte che arrivò gradualmente e con calma. E arrivò non prima di aver guardato la femmina vittoriosa e trionfante che cominciasse e finisse di ballare il suo amato cha cha cha.

Andrea Costanza