Una femminista dallo psichiatra

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-Prego. Si accomodi.
-Come, scusi?
-Si accomodi.
-Può ripeterlo?
-Ripetere cosa?
-Quello che ha appena detto.
-Si accomodi… ho detto… solo questo.
-Cominciamo male. Molto male.
-Non ho capito.
-Ancora. Ancora quel tono.
-Quale tono?
-Il suo tono. Non mi piace. Deve cambiare tono di voce. Immediatamente.
-Non capisco… quale tono di voce abbia assunto con lei.
-Quello di un uomo che ha l’impellente esigenza di sopraffare. Di sopraffare una donna e io, lei non mi conosce, sono una donna molto intelligente, molto acuta e capisco.
-E cosa capisce?
-Vuole sfottere? Mi vuole provocare?
-No… no.
-Allora perché mi ha risposto così? “E cosa capisce”? Mi vuol far capire che non capisco niente?
-Ma no! Ma si figuri! Si calmi. Lei credo stia… stia… dico… stia travisando tutto! Si calmi. Mi dispiace.

Il viso dello psichiatra si fece cereo.

-Caro dottore, vedo che lei utilizza molto i congiuntivi.
-Beh, credo sia giusto utilizzare…
-… Peccato però che quelli suoi non sono congiuntivi. Sono solo dei finti, congiuntivi. Mascherati. Vigliaccamente.
-Per cortesia… cominciamo la seduta. Anzi, ricominciamo tutto daccapo… va bene? Le incomprensioni possono capitare.
-Sono degli imperativi quelli che lei sta utilizzando con me. Imperativi di cortesia. Cioè lei, in realtà, mi vuol dare degli ordini in modo affabile, sibilino, ma sempre di ordini si tratta. Sono sicura che non utilizza questo modo di fare coi pazienti uomini. Ne sono certa. Certissima!
-Si calmi, signora… ho altri pazienti dopo di lei e dobbiamo sfruttare al massimo il nostro tempo a disposizione. Prego, si accomodi.

Sebbene stesse cominciando a sudare, riuscì a dare alla sua paziente un’immagine di sé monolitica, un’immagine di un professionista che ha perfettamente il controllo della situazione. Ma non era così. Stava solo bluffando.

-Ancora! Ma lei proprio non vuole arrendersi. Voi, non volete arrendervi.
-Ma voi chi? Cosa sta dicendo, mi scusi?
-Voi chi? Ah ah! Non deve fare il finto tonto con me. Il fatto è che non volete saperne di cambiare. E’ più forte di voi. Continuate a spadroneggiare, a dispensare ciò che è giusto e sbagliato mentre la donna deve solo e soltanto abbassare la testa e pendere dalle vostre labbra. Come la volete voi, la donna? Lo so io: voi la volete emaciata e indifesa, che parla come un pulcino “piioo piiio piio pio pio pio!” e però, ci mancherebbe, deve essere anche troia. Una troia angelo. Una troia dolce e remissiva o magari spigliata fino ad un certo punto, perché oltrepassato quel punto Catwoman non può nulla contro Superman. Nella vostra concezione bacata del mondo e della donna, la donna non può essere ciò che vuole veramente. No. Ha bisogno del maschio per illudersi di volere ciò che desidera essere. Prima o poi ha bisogno di un maschio protettore. Di un principe azzurro. Di un padre e anche di un padrone e questo padre padrone ha bisogno, per sentirsi forte, per sentirsi un energumeno con le palle piene di sperma e autorevolezza e saggezza, di dispensare ordini anche sotto forma di consigli, indicazioni ed esortazioni. Come sta facendo lei in questo momento. Coi suoi imperativi spacciati per congiuntivi. Dietro la sua facciata, io lo so, dietro quella facciata del rispettabile professionista ligio al dovere, c’è quella di un uomo. Ovvero di uno scimmione sporco, schifoso e puzzolente, uno scimmione che prova con ogni mezzo a minacciare e a sedare e a piegare e allora zitta zitta, taci!, zitta zitta, obbedisci!, zitta zitta, soccombi!, zitta zitta, zitta zitta, zitta zitta, zitta zitta, ZITTA ZITTA!

Gridava e gridava fortissimamente e a quelle grida esacerbate da una frustrazione atavica, egli non sapeva come reagire. Stava perdendo i cocci della sua capacità d’analisi benché fosse abile a non darlo a vedere e però non gli bastava. Non doveva perdere in alcun modo la calma. La calma gli serviva come il pane. Non andare nel pallone, in quel momento, era tutto per lui.

– E’ finita la pacchia. E’ finita. E’ finita. La pacchia. E’ finita. E’ finita. E’ finita. La pacchia. La pacchia.
-Cosa… cosa… sta facendo… cosa ci fa con quel…?
-Coltello? Non le piace il mio coltello? E’ piccolo. Ma è affilato. Mi creda. Lo uso per difendermi dagli scimmioni sporchi, schifosi e puzzolenti. Lei è uno scimmione sporco e schifoso e puzzolente, per caso? Lo è? Sia sincero. Sincero. Lo sia. Sincero. Sincero. Lo sia. Sincero. Lei lo è o no?
-Io sono sempre sincero.
-Questa è bella! Ah ah ah! Lui è sincero!!! Ah ah!
-Sta mettendo in dubbio la mia…
-Voglio fare un gioco. Lo voglio fare. Lo voglio fare. Lo voglio fare. E ho bisogno però del suo aiuto. Forse, sì, forse, sì, forse forse mi devo scusare con lei se sono stata aggressiva. Per competere con gli uomini, bisogna esserlo. Bisogna uscire le unghie. Bisogna farsi valere. Farsi rispettare. Bisogna essere delle guerriere, delle amazzoni, delle sentinelle della libertà e dell’emancipazione e della parità di genere, sì, sì, voglio fare un gioco, un gioco, un gioco, però ho bisogno del suo cellulare, mi dia il suo cellulare, ha la connessione internet, il suo cellulare?
-…
-Le ho fatto una domanda.
-Lei non sta bene, signora. Io posso aiutarla ma deve volerlo, il mio aiuto. Deve collaborare. Lo dico per il suo bene.
-Pregherei che mi rispondesse. Le ho chiesto se il suo cellulare ha la connessione internet.
-Sì, ce l’ha.
-Bene. Poi, sì, sì, ho bisogno che chiuda a chiave la porta del suo studio.
-Perché?
-Il perché lo capirà tra poco.
-Perché mi sta chiedendo questo?
-Altre domande non sono consentite. Io parlo e io decido e io pago, sono io a pagarle la prestazione. Su. Il cellulare e la chiave, chiuda la porta e poi la chiave la dia a me.

Lo psichiatra, alla sua prima seduta con questa nuova paziente, fu parecchio tentato di non obbedirle e tuttavia, pensò, prestarle il fianco disattendo le sue richieste peggiorerebbe solo la situazione, non conviene né a me né a lei che la sua rabbia imploda, no, meglio non rischiare. Assecondandola era convinto che la paziente si sarebbe calmata. Le obbedì.

-Bene. Ha fatto la cosa giusta. Non se ne pentirà.
-A che gioco vuole giocare? Io voglio giocare, però mi deve dire prima le regole… quali sono, le regole?
-Non ci sono regole. E’ un gioco senza regole. Le regole sono noiose e banali. Proprio come gli uomini.
-Senza regole, non si può giocare. Tutti i giochi hanno delle regole.
-E questo no. Questo non è un gioco come gli altri.
-Ma cosa sta facendo???
-Fa parte del gioco.
-Si rivesta!
-Non le piace vedere una donna nuda? Con le tette di fuori? Le piacciono, le mie tette? Sono sode, eh. Le guardi. Le guardi pure. Non mi arrabbio. Fa parte del gioco.
-Si rimetta subito i suoi vestiti! Questo sì che è un ordine!
-Le guardi. Non si preoccupi. Scommetto che vorrebbe toccarle. Può toccarle. Fa parte del gioco.
-Mi dia il mio cellulare! E poi la chiave! Subito!
-Ho capito. Lei è frocio. Non me l’aspettavo.
-Non sono gay!
-Non è frocio? E allora che fa, non ne approfitta? Un adone come lei non vuole approfittarne? Si rilassi. Non c’è bisogno di agitarsi.
-La smetta!
-Il mio culetto, le piace il mio culetto? E’ sodo anche questo. Lo guardi. Può toccarlo. Può toccarlo senza problemi. Fa parte del gioco.
-Che cosa vuole dimostrare con questo suo atteggiamento???
-Mi mantengo bene, io. Non è vero che le femministe sono tutte cesse. No no no no. Io, io sono un’eccezione.
-Si rivesta! Ora chiamo il 113!
-E come fa senza cellulare? Rivuole il suo cellulare?
-Sì! Me lo dia!
-Se lo venga a prendere, allora. Fa parte del gioco.

La paziente chiuse gli occhi e così lui poté guardarla senza inibizioni.

La guardò.

La guardò.

La guardò ancora.

Aveva ancora gli occhi chiusi e lui in cuor suo se ne rallegrò. Poteva ammirarla liberamente senza essere guardato e giudicato. Si sentì libero e si rallegrò anche di questo. Libero di apprezzarne la bellezza. Libero di apprezzarne la leggiadria con cui aveva cominciato ad oscillare lentamente il suo corpo. Danzava e danzava e nel giro di pochi istanti dava l’impressione di essere caduta in uno stato di trance. Come se una musica lontana e splendida e soave la stesse portando con sé nel suo mondo, in un mondo lontano e inospitale ai più. Poi però ritornò in sé.

-Le piace ballare? A me sì. Da morire. Da morire. Da morire. Le piace il cha cha cha? A me sì. Da morire. Da morire. Venga. Balli con me. Voglio ballare. Mi scusi se sono stata aggressiva, prima. Fa parte del gioco.
-Mi dia la chiave. E poi il cellulare. Per cortesia. Voglio solo lavorare. La prego, mi lasci lavorare.
-Il suo lavoro è così noioso. Se ne rende conto? Così frustrante. Certo, ben retribuito. Ma rimane frustrante. E lo sa perché? Perché della condizione dei suoi pazienti non gliene importa niente. Non è vero? Sbaglio?
-…
-Oddio! Ma cosa c’è dietro la patta dei suoi pantaloni, un pitone? Lei è proprio un monellaccio.
-…
-Vedo che sta prendendo confidenza col gioco. Apprezza, vedo. Le piaccio?
-…
-Le piaccio?
-Sì.
-Mi vuole scopare? Dica la verità. Non ci sente nessuno. Non ci vede nessuno.
-…
-Risponda!
-Sì.
-Cosa sì?
-Mi piacerebbe…
-Cosa le piacerebbe?
-Scoparla…
-Bravo. Ora è sincero. Lei ha una moglie? Ha dei figli?
-Ho una moglie. Ho due figli.
-Non lo sapranno mai. Tranquillo. L’adulterio è una pratica a cui un uomo non può rinunciare. La monogamia non fa per lui. La sua natura è quella che è. E’ quella di un predatore contro cui la sua preda non può nulla. Lo vedo nei suoi occhi iniettati di sangue, lo vedo, lo vedo, lo vedo, lo vedo, lo vedo che vuole ridurmi ad oggetto, a brandelli di ciccia.

Il suo corpo si muoveva su se stesso e si girava e si voltava sempre con movimenti di bacino e lo psichiatra ne subiva sempre di più il fascino e l’attrazione.

-Accetterò di essere la sua puttana. Prima però vorrei ballare il cha cha cha. Se balla con me il cha cha cha le prometto che mi farò montare come vuole lei. Non opporrò resistenza. Anche a me va di scopare e con quel cazzone che si ritrova mi ci divertirei molto. Lo vedo, lo vedo, lo vedo che ce l’ha, il cazzone. Venga. La sto aspettando.

Prese il cellulare dello psichiatra e lo consultò.

Parti una musica.

-Io adoro il cha cha cha, quello della segretaria di Michelino. Ha presente? Venga! La balli con me!

Il sangue del maschio gli ribolliva.

Quel viso suadente, quell’addome longilineo, quel seno prorompente, quel culo stretto e marmoreo rivolto all’insù, tutto ciò si inseriva nello sguardo di lui come ad un drappo rosso con cui il torero vuol aizzare la furia del toro.

Lui non voleva ballare.

Lui voleva penetrarla.

L’animale che aveva dentro di sé aveva cacciato fuori di casa l’uomo mite. A quell’uomo mite, poiché in modo mite si presentava in società nella vita di tutti i giorni, gli era stata accesa proprio sotto il naso la miccia che avrebbe portato di lì a poco all’implosione della fiamma, una fiamma animalesca, una fiamma antica tanto quanto la storia del mondo.

Si scagliò con prepotenza verso la femmina. Azzannò i suoi seni e li leccò e li baciò e li morse avidamente e nello stesso momento li strinse con tutt’e due le mani.

Cha cha cha della segretaria
cha cha cha
che non pensa a dattilografar…
cha cha cha della segretaria,
cha cha cha
che bonito cha cha cha
Cerco, cerco
segretaria competente,
e non importa che sia bionda
oppure no!
E’ importante che sia giovane
e carina…

La femmina sorrideva e ansimava e si compiaceva del suo godere.

Passò a baciarla e a palpeggiarla su tutto il corpo con mani che sembravano tenaglie e la sua testa fini giù in direzione della sua fica e gliela leccò con violenza.

Lei rideva e godeva e godendo non la finiva di ridere e la musica del cha cha cha faceva da sfondo a quell’incontro di natura sessuale tra animale maschio e animale femmina, anche se non era riducibile a questo, o meglio, lo era nella funzione del conflitto, dello scontro in atto per la supremazia.

Il maschio decise che era giunto il momento di sferrare l’offensiva delle offensive piegando e sottomettendo la femmina. Voleva farle provare la sua potenza montandola a pecora e pertanto si slacciò la cintura dei pantaloni e i pantaloni caddero e anche le mutande scesero giù. Poi la prese per il collo e glielo strinse più forte che poteva e la vide con un’espressione soccombente e il cazzo gli si fece ancora più duro. La femmina provò a reagire prima ringhiando e poi sputandogli in faccia, lui la sedò con uno schiaffo e poi con un altro ancora più forte e subito dopo venne la minaccia, una minaccia palesata nella mimica del suo viso che faceva presagire, nel caso di una reiterata disobbedienza da parte di lei, l’arrivo di un pugno o di una testata o di chissà cosa.

Allora la femmina scoppiò a ridere.

E il maschio non capiva.

Rideva e rideva e rideva ancora più forte.

E il maschio non capiva e continuando a non capire vide il suo cazzo cadere per terra.

Sangue.

Tanto sangue.

Dopodiché cadde anche il maschio.

In ginocchio con le mani ricolme del sangue del suo compagno di battaglia morto ammazzato in un agguato. Se lo guardò di fronte a sé barbaramente dilaniato e non voleva credere al dolore atroce che stava provando e si contorse e si contorse tutto gridando e gridando come un maiale assatanato.

Arrivò il momento che non ebbe più la forza di reagire e così la femmina afferrò la sua testa per i capelli e col coltello completò l’opera tranciandogli di netto la carotide.

Altro sangue si riversò come lava incandescente in un’eruzione vulcanica e colava e fluiva e si riversava dappertutto a fiotti violenti.

Era ancora vivo, il maschio. Con gli occhi fissi verso la morte che arrivò gradualmente e con calma. E arrivò non prima di aver guardato la femmina vittoriosa e trionfante che cominciasse e finisse di ballare il suo amato cha cha cha.

Andrea Costanza

 

Bologna, una città più che altro spenta

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Midnight in Paris, film di Woody Allen, narra la storia di uno scrittore e sceneggiatore non molto di successo che vive avventure fantasmagoriche nelle notti più fantasiose e fuori dal tempo di una Parigi da incorniciare, precipitando in una dimensione irreale, anzi surreale come Salvador Dalí, in un intrepido viaggio mesmerico in cui la sua identità confusa, come in un quadro cubista, verrà in contatto persino con Pablo Picasso.

Sì, bel film, non c’è che dire. Forse troppo leggero e scanzonato per i miei gusti, ma dolce come un pasticcino dalla sfoglia delicata.

Ecco, sono qui, in quest’avvicinarsi impertinente di Luglio. O forse è già Luglio e ho perso memoria dei giorni. Il caldo si attacca alle ossa come una sanguisuga e mi spella. Il condizionatore non basta ma, appunto, è comunque più rinfrescante di tanti sbagliati, fuorvianti condizionamenti soffocanti.

Devo uscire di casa. Ma l’ora è tarda. Ho cenato alle nove e mezza, poi ho rivisto questo film di Woody Allen, ho fumato cinque sigarette e, fra una cosa e l’altra, ecco che si son fatte le undici di sera. Il cielo è buio, le nuvole si sono addensate come i miei grigi pensieri nebulosi.

Esco di casa, sì, son ben vestito, sbarbato e ho digerito con gusto quell’ottima cenetta sfiziosa a base di peperoni.

Mi si è rotta la macchina. Eh già. L’altro pomeriggio ha cioccato. Per fortuna a soltanto duecento metri dal parcheggio della mia proprietà privata. Ma è venuto il carro attrezzi e adesso la stanno riparando. Quella macchina non è la prima volta che s’inceppa. È l’incarnazione metallica della mia vita. Pare che riparta e si rimetta in moto, dura qualche mese, poi come i miei ballerini, altalenanti umori claudicanti e barcollanti… fa crack.

Anche la mia mente, in questo tragitto tortuoso ch’è la vita piena di curve pericolose, e non mi riferisco soltanto a quelle delle donne più formose che ti fanno sbandare e che tanto spompano, si spezza, crolla, e il mio corpo perde energia e non più carbura.

Va be’, prenderò l’autobus. Credo che sino a mezzanotte passi ancora da queste parti. Oh, non si vede anima viva, e dire che è venerdì sera e la settimana lavorativa è per molti terminata, dunque dovrebbero stare tutti in giro, euforici, a divertirsi.

Ah, vero, qua è periferia, probabilmente si son già tutti spostati in centro.

Il centro di questa mia città, tetra e piena di portici inquietanti, d’estate a essere sinceri non è che si animi molto. Molti, di questi tempi, son già andati in riviera o forse proprio nella capitale francese a brindare nelle proprie ferie dopo un anno in cui, siamo onesti, non è che poi abbiano lavorato così tanto. Conosco tanti comunali immeritatamente pagati che fanno viaggi extra-statali ed extracomunitari costretti a emigrare.

Eccomi arrivato. Via Rizzoli. Non so ancora perché mi sia recato qui in centro. Ma la notte porterà consiglio. Quel pub è aperto. Mi pare, almeno a giudicare dall’esterno e guardando attraverso le vetrate, che un po’ di mossa lì ci sia. Sì, mi berrò una birretta. E forse di stuzzichini m’ingozzerò.

– In quanti siete?
– Solo io.
– Ah, solo come un cane.
– Senta, barista cagna, mi dia una birra.
– Ma che modi sono? Impari le buone maniere.
– Me la dà o no, questa birra?
– Ceres o Heineken?
– No, Peroni.
– Non abbiamo le Peroni. Le Peroni sono per camionisti.
– Io potrei essere un camionista, sa? E voglio la mia Peroni.
– Si prenda questa, e vada a sedersi. In fondo a quel cantuccio, troverà un tavolo con una sola sedia. È riservato ai falliti.
– Quindi lei è un’habitué di quel tavolo.
– No, io la compagnia ce l’ho sempre e non sono una fallita come lei.
– Come si fa a fallire con quelle tette?
– Come, prego?
– Ah, lei prega anche? Non pensavo fosse molto religiosa. Grazie per la birra, gliela pago subito ma da me non verrà mai pagata.
– Come, prego?
– Se lo dice lei che prega, non posso contraddirla. Preghi pure. Fra un bovaro e l’altro.
– Guardi, è un maleducato e anche uno stronzo. Questo è un locale serio. Lei è un tipo da bettole!
– No, sono un tipo e basta. Lei è una bella topa, non vi sono dubbi, ma non so quali topi, no, tipi frequenta.
– La denuncio!
– Non si può.
– Perché mai?
– Perché questa birra è scaduta. Legga qua. Cosa dice la confezione? Sa che non si possono vendere ai clienti le birre avariate? Qualcuno potrebbe dar di stomaco, ci potrebbe scappare il morto e poi saranno solo gatte da pelare. Forza, me ne dia un’altra.
– Scusi…

Che pittoresco posticino. Me ne sto qua seduto come un pascià. Questa birra va giù che è una bellezza.

Accanto a me quattro tipi si scalmanano e discutono animatamente ad alta voce.

– Bologna è peggiorata. Non è più rossa come un tempo, un tempo sì che si legiferava come Dio voleva. Che poi, appunto, io son comunista e non credo a Dio e agli angeli. Si è parecchio imborghesita – dice uno dall’aspetto tarchiatello con grande boria, declamando ogni singola parola come fosse il sindaco in piazza.
– Sì, è una città più che altro spenta. Un tempo questa città, fior fiore di artisti e luminari, irradiava gioia di vivere, era una città illuminata. I giovani son stati soffocati da un edonismo tetro, dappertutto impazza il consumismo e vengono bombardati dalla tv con messaggi subliminali che distorcono le coscienze più lucide – aggiunge un altro, magro, emaciato in viso, dai lineamenti spigolosi e cristologici.
– Hai ragione. Bisognerebbe ridipingere questa città. Affrescarla a mo’ di tela e intingervi un po’ di maggiore naturalezza. Siamo schiavi di questi condizionamenti dell’omologazione globale di massa. E abbiamo perduto i colori vivi della nostra autenticità. Sì, noi dobbiamo essere più incisori, no, volevo dire incisivi e infondere freschezza, vitalità e donare migliori prospettive a queste nature morte. A questi zombi ambulanti che non sanno più apprezzare un vaso di fiori e pitturare la realtà con sincera genuinità. Sono tutti, oggigiorno, tristemente in cerca di emozioni artificiali. E vedono il mondo con gli occhi della pubblicità.
– Ah, i vostri discorsi sono campati per aria. Dissennati e confusi. Siate più telegrafici e diretti.
– Scusate, posso sedermi al vostro tavolo? – intervengo io.
– Certo, caro. È il benvenuto. Ha sentito quello che dicevamo? Ho notato che stava origliando. Mi permetta di presentarle la compagnia: Giorgio Morandi, Guglielmo Marconi, Pier Paolo Pasolini. E io sono Gino Cervi. Piacere di conoscerla.
– Ah, ma io vi conosco bene! Ma non eravate morti?
– Morti è una parola grossa. Non si è mai morti, si è sempre vivi anche laddove pare che non ci siamo più. Questa è la versione dei giornali, ma dall’informazione moderna bisogna diffidare. È capziosa e falsa. Noi siamo morti, è vero, ma le nostre anime riecheggeranno nell’eternità, per sempre. È questo il significato della vita stessa. Dare valore alla nostra mortalità col coraggio delle nostre idee, inseguendo i nostri sogni con determinazione e sacrificio – afferma con orgoglio Pasolini.
– Sapete, io vorrei realizzarmi come scrittore ma ho tutti contro. Nessuno mi appoggia.
– Fascisti! Ecco cosa sono! Fascisti e ipocriti moralisti! – urla Gino Cervi. – Io sono Peppone! Basta con questi caffè delle peppine. Questi circoli letterari per snob. Ho ragione, Pier Paolo?
– Vero, non bisogna mai castigare la propria perfino scomoda creatività per far piacere agli altri. Posso leggere qualcosa di suo? – mi domanda Pier Paolo.
– Certo! Magari! Però al momento non ho niente da poterle far leggere. Ah no, scusi, forse in tasca… ho qualcosa… Ecco qua! È l’abbozzo di una sceneggiatura, per ora ho scritto solo il soggetto. Tenga, legga pure.
– Troppo cervellotico. Troppo barocco e complicato. E pessimista.
– Ma lei non era un pessimista?
– No, mai stato tale. Io ero un grande ottimista. La società è spaventosamente difettosa, ma il cancro sociale si deve estirpare per poter rifiorire tutti assieme a nuova luce.
– Lei deve essere più preciso, telegrafico. Le sue idee sono notevoli ma, esposte con tale prosa eccessiva, la rendono di difficile lettura e comprensione. Sia conciso. Senza fili, no, senza filtri. E tutti capiranno chiaramente. E accetteranno ben volentieri la sua visione del mondo – asserisce Marconi.
– Sì, dipinga la sua visione del mondo. In maniera anche rustica e pura.
– Grazie Morandi, grazie a tutti voi, davvero. Buonanotte.
– Che fa? Ci lascia così? Non ci dirà mica che ha già sonno?
– In effetti no. Ma devo sbrigarmi, se no sarà troppo tardi. Devo rimettermi al lavoro. A presto, amici.

Stefano Falotico

Il curioso caso di un signore che voleva un libro da leggere

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C’era una volta un signore che voleva un libro da leggere.

Non voleva altro.

Solo un libro.

Purché da leggere.

Quella mattina, con la sua auto rumorosa e dalla carrozzeria usurata, s’aggirava nella sua cittadina in provincia di Bari incastonata fra rotonde, rotondine e rotondelle e passaggi a livello alquanto desueti. Gli fu consigliato di controllare con molta attenzione le insegne dei negozi con su scritto una parola un po’ strana, che a lui e ad altri non diceva nulla; ovvero “libreria”.

Ed egli così fece.

Polleria.

Macelleria.

Salumeria.

Latteria.

Panineria.

Pasticceria.

Niente. Più andava avanti e tanto più un’insegna con su scritto “libreria” non la trovava. Continuò a cercare e s’aggirava e s’aggirava e controllava e controllava sempre col suo occhio vispo e felino le insegne dei negozi, eppure niente, continuava a non trovare quel che cercava e si preoccupò non poco e però non si dette per vinto. Non era da lui, darsi per vinto.

Creperia.

Frutteria.

Gelateria.

Erboristeria.

Drogheria.

Gioielleria.

Pescheria.

Insegne di esercizi commerciali con parole che finivano per “eria” come libreria ce n’erano a bizzeffe. Ma quella che cercava lui, no, era assente.

Vabbè e manc ‘na librerì sta e c cos iè, disse fra sé e sé il signore che voleva un libro da leggere.

Tuttavia ad un certo punto s’imbatté in una merceria. Tra il disperato e l’abbattuto, parcheggiò e pensò: mo quas quas fammi provare a quello che vende la merc, mo mi fazc nu giiir alla mercerì, non s sap ma’, ancorr da’ si vennd nu libr, vogh dic, nu libr ie na cos, na cos ie na merc e la mercerì vennd la merc. M par giust.

E così, speranzoso e baldanzoso, entrò nella merceria.

-Buongiò
-Buongiò.
-Ggiovane ‘na cosa ti voglio chiedere.
-E dì.
-E niente sto facendo n sacco di giri con la macchn e la benzin e la cos, mamma mè, quanda benzin stog a cnsumeà… un sacco di giri e niente… in poche parole… chess ie n mercerì, giusto?
-Eh.
-E niente. In poche parole… mia moglie si sta laureando in fisioterapia…
-Auguri.
-Grazie.
-E da me che cosa vuoi?
-E niente. Si sta laureando ed è una persona molto… studiosa… e io invece c’ho la terza media, ho studiato sì e no qualche cos e quindi sono un po’… diciamo così… ‘gnorante… e lei mi dice che in poche parole mi dice che devo cominciare a leggere… un libro da leggere… perché sennò le aziende non mi prendono… perché le aziende vogliono le cose.. non le cose, scusa… le persone che in poche parole hanno… studiato qualche cosa e… hanno la cultura… diciamo così…
-E vabbè e scusa e io che ti devo fare?
Aspit e mo finisco il discorso. E inzomm, quindi mia moglie mi ha detto che devo trovare un libro da leggere… e io ho risposto, “scus ma addò s trov ‘stu libr che proprio mo, mo, lo vado a prendere”… e lei mi ha detto che devo andare in un negozio dove si vendono i libri… e io ho risposto “e addov s venn?”… e lei mi ha detto in una libreria… e io ho risposto “e addosta’ na librerì?”… e lei… diciamo così…non lo sapeva… perché lei ha le sue cose… le cose sue da leggere… e però mi ha consigliato di cercare da queste parti che qualche cosa la trovavo… e mi ha detto che devo controllare le insegne dei negozi, diciamo così, per orientarmi meglio… ancora mi confondevo… e in poche parole librerie zero proprio, e so fatt gir e sopragir e gir dà e gir do… ma niente… proprio niente… e alla fin so vist ‘na mercerì, la tua, cioè questa e so penzat: vabbè nu libr ie na cos, na cos ie na merc e la mercerì vennd la merc e vuoi vedere che questo fra tante cose, nmezz a l cos, mischiat a l cos, diciamo così... non ha un libro da leggere?
-Un libro da leggere vuoi?
-Eh. Solo uno. Giusto da leggere.

Il titolare della merceria si fece subito pensieroso e cominciò a dare un’occhiata all’inventario del negozio e sfogliandolo la sua espressione facciale si fece assai concentrata. Era incappato in una sorta di rebus non di facile soluzione. Aggrottò le ciglia. Si dette una grattata sui capelli portandosi la mano sulla tempia. Stette in queste condizioni per un bel po’ di minuti. Poi finalmente parlò.

-Aspetta un secondo, fammi chiedere a mia moglie, Maria!, oh Maria!, abbiamo per caso un libro da leggere?
-Un libro da leggere? – rispose la moglie.
-Sì.
-E vedi un po’, controlla nell’inventario.
-Non ci sta niente, nell’inventario.
-E allora non c’è.
-Sicura? Perché mi ricordo che c’era qualcosa del genere.
-No no, non c’è. Vuole per caso un cappotto di lana e pure in cashmere a 15 euro al posto del libro, il signore?
-Mia moglie mi ha detto se vuoi un cappotto in lana e cashmere a 15 euro al posto del libro. E’ bello. E’ fatto a mano. Propr bell. Lo vuoi?
-No no. Voglio un libro da leggere.
-Non lo vuole, Maria. Che cosa gli possiamo dare al posto del libro?
-Un tappeto. Vuole un tappeto? E’ in offerta. E’ un persiano fatto e lavorato e confezionato in Persia, mic l porciamindd. Alta qualità. Tutta qualità. Tutta alta, la qualità. 12 euro.
-Vuoi un tappeto? E’ in offerta. E’ un persiano fatto e lavorato e confezionato in Persia. Alta qualità. Alta alta alta, è tutto alto da noi, solo i prezzi sono bassi, molto bassi, solo il meglio. A 12.
-No no. Voglio proprio un libro da leggere.
-Ancora vuole una tenda per gli infissi. E’ tutta decorata con le decorazioni fatte a mano. Digli che ci sono i fiori e i fiorellini e gli angioletti. A 10 euro.
-Vuoi una tenda per gli infissi? E’ tutta decorata con le decorazioni. Tutto a mano, tutto. Fiori e fiorellini e ci sono gli angioletti. A 10 euro. Un affare.
-Vedi che c’è pure quella con Gesù. A 9.
-C’è pure quella con Gesù e infatti! Però a questa è a 9. Le vuoi vedere?
-No no. Voglio solo un libro da leggere.
-E allora ti conviene andare al centro commerciale, qui accanto. Vai là e vedi.
-E lì lo vendono, il libro da leggere?
-E tu vai e vedi.
-E grazie allora, grazie veramente.
-Figurati.

E così fece. Si diresse tutto spedito con la sua auto e poi parcheggio ed effettivamente una libreria la trovò e la trovò al centro del centro commerciale.

Più commerciale che centro.

La libreria.

In una libreria, cari bambini e bambine, ci sono i libri e al loro interno ci sono le lettere e per via delle lettere ci sono le parole e per via delle parole ci sono i periodi e questi periodi poi vanno a costituire il valore catartico del sentimento artistico e letterario.

Non so cosa significhi, “valore catartico del sentimento artistico e letterario”.

Qualcuno lo dice e lo dico pure io.

Anche perché suona bene.

Tuttavia di una cosa son sicuro, cari bambini e bambine: i libri, in una libreria, costituiscono per una serie di coincidenze quell’agglomerato, quel cumulo, quell’insieme trasbordante e misterioso e fascinoso benché assai invenduto… di carta.

Carta, diciamo, per essere precisi e per non creare fraintendimenti e per non offendere nessuno, da leggere.

E niente, cari bambini e bambine. Tornando al signore che voleva un libro da leggere, non sappiamo quale libro comprò. Non mi sono informato e francamente non ce ne frega niente e comunque, benedetto Iddio, tutti vissero felici e contenti.

Andrea Costanza

 

Sono dietro un vetro

Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Non era esattamente così che me l’ero immaginato.

Non mi aspettavo di certo valli fiorite e alberi carichi di frutti, ma neanche… questo.

Pensavo che la mia vita sarebbe stata più facile.

Quando cresci con la convinzione che il bene porti al bene, nel novanta percento dei casi rimani deluso.

Nel dieci percento, invece, muori prima che tu possa renderti conto di ciò che ti è successo.

Oh mio Dio! Cosa sono quelle macchie nere? Sono malato? Com’è possibile? Sono una brava persona, io, come mai…

Bum. Morto.

Il mondo ha questo straordinario potere di zittire i suoi nemici: la merce è scaduta?

Danneggiata? Rotta?

Mi spiace, signore, non possiamo rimborsarla senza una ricevuta.

Ecco, il punto è esattamente questo: siamo nati senza scontrino, senza la possibilità di tornare in dietro.

Ci hanno spinti fuori dal mondo a forza di spinte e di calci, ci hanno costretti ad aprire gli occhi e poi hanno acceso la tv: il telegiornale ci ha mostrato guerre, carestie, malattie incurabili.

Per un attimo abbiamo osservato le immagini in silenzio, intontiti, incapaci di reagire.

Poi sono scese le lacrime.

E sono uscite le urla.

E abbiamo iniziato ad agitarci, per ritornare nel luogo dal quale eravamo venuti, quel posto tranquillo e pacifico.

Ma no, desolati: niente scontrino, niente restituzione.

I desideri della domenica non sono cavolate, qualcuno li ascolta davvero: il problema è che la fila per il Centro Reclami è molto lunga e prima di te ci sono sette miliardi di persone in attesa.

E quando finalmente il tuo turno arriva, allora hai rinunciato a cercare di cambiare qualcosa, hai abbandonato la fila e ti sei diretto verso la Sala Ristorante.

Non è il cane il migliore amico dell’uomo: è il cibo.

E quindi sei bloccato in una vita che sembra non avere nessuno sbocco. Ti sei reso conto che la giustizia è un concetto astratto, un concetto che una persona molto annoiata ha inventato in un pomeriggio d’autunno, mentre guardava le foglie cadere e decideva che, per punizione, allora sarebbero dovute cadere anche le persone.

Persone che quelle foglie non le avevano neanche toccate, che alla fine non le avevano mai degnate di uno sguardo, ma che parevano troppo forti, troppo sicure per poter rimanere intatte.

Non me l’ero immaginata così, questa mia vita.

In realtà non me l’ero immaginata proprio: avevo sempre pensato che “cogli l’attimo” fosse un’ottima filosofia di vita. I progetti non servono a niente, perché nulla è nelle nostre mani. Non possiamo controllare davvero il nostro corpo, quindi figuriamoci se potremo mai controllare la nostra vita.

Mi ero reso conto fin da piccolo che ogni momento avrebbe dovuto avere una certa importanza, che l’esistere aspettando qualcosa mi avrebbe solo privato di ciò che davvero aveva valore: i ricordi. Quei ricordi che spezzano il cuore, che fanno ardere le guance, che annebbiano la mente.

Quei ricordi che vorresti dimenticare e che eppure tieni stretti dietro i tuoi occhi, avvolgendoli nella tua memoria, proteggendoli dal tempo.

A dodici anni mi era capitato di sfogliare un album di fotografie e la mia anima aveva avuto un sussulto.

Ci siamo.

Lo avevo capito con uno sguardo; semplicemente, lo avevo riconosciuto: il mio destino aveva bussato alla porta ed ero corso ad aprire così velocemente da perdere il fiato.
A dodici anni avevo deciso che sarebbe stato quello il mio scopo; non scattare foto, no, assolutamente: scattare brandelli di vita.

Fissarli sulla carta, renderli indelebili.

Così avevo iniziato a fotografare ogni momento, senza chiedere il permesso, senza dare nessun preavviso: non volevo pose, volevo realtà.

Non riguardavo mai i miei lavori, mi sembrava sempre uno spreco di tempo, tempo che avrei potuto dedicare a fissare altri ricordi.

Avevo una paura disperata di non riuscire ad aggrapparmi alla mia vita, di scivolare piano piano e allontanarmi da ciò che ero stato.

Per questo volevo memorizzare tutto, assorbire ogni dettaglio, berlo con avidità e inghiottirlo così in fretta da farmi male alla gola: volevo che quelle foto diventassero parte di me, lo volevo con ogni fibra del mio essere.

E alla fine non mi ero reso conto che quel desiderio pazzo di vita mi stava impedendo di vivere.

L’ho capito adesso e la cosa mi ha lasciato abbastanza indifferente: oramai non cambia nulla, ciò che è stato è stato.

Mi piacerebbe ripercorrere tutto, soffermarmi su ogni decisione presa e vagliare bene le alternative.

Mi piacerebbe immaginare come avrebbe potuto essere se, ma cerco di non farlo, cerco di evitarmi ulteriori sofferenze.

Guardo la vita degli altri che passa, così come ho fatto per tutta la mia, di vita, e ogni tanto scatto qualche foto.

Ogni scatto mi fa sorridere, ogni click mi solleva il morale.

Ma quando guardo lo schermo e vedo tutto nero, il sorriso si trasforma in una smorfia.

Non posso più fare foto, lo so, ma lo dimentico tutti i giorni, tutti i minuti, tutti i secondi: è dura accettare una realtà che non ti piace.

Credo che continuerò a negarla per sempre, spero che almeno questo riuscirà a rendermi felice.

Credo che impiegherò gli anni a fare l’esatto opposto di ciò che ho fatto per tutto questo tempo, ovvero cancellare i miei ricordi.

Vedo mia figlia ogni settimana, viene a trovarmi e mi racconta le sue giornate.

Sono vecchio, troppo vecchio per starla davvero a sentire, ma mi piace guardarla: mi piace vedere le espressioni che si susseguono sul suo viso, mi piace pensare che parte di quei lineamenti siano simili ai miei, che in un modo o nell’altro io abbia trovato il mio modo di vivere per sempre.

Non si aspetta nulla da me, non ora, anche se forse non se l’è mai aspettato: sono stato un padre troppo assente, credo di non averla mai vista dal vivo, prima di questi ultimi anni. L’ho sempre osservata attraverso un obiettivo, ho sempre preferito accarezzare le sue guance su una foto piuttosto che sulla sua pelle.

So di aver sbagliato, lo so ora e forse lo sapevo già mentre lo facevo. Ma il mondo fa così paura, a volte, e lei era così fragile che temevo di spezzarla con un solo respiro.

E dunque ho finito con lo spezzarla con un scatto, non una ma migliaia di volte.

Ho finito con l’ucciderla dentro con la mia non-presenza, senza medicarle le ferite, senza darle il bacio della buonanotte la sera, senza asciugare quelle lacrime che ero io stesso a provocare.

In seconda elementare le hanno chiesto di disegnare la sua famiglia: lei aveva in mano un mazzo di fiori, la bocca impiastricciata di rossetto; mia moglie indossava un maglione viola, il suo preferito, i suoi occhi erano asimmetrici e disposti uno più in basso dell’altro; il mio viso, invece, era coperto da una macchina fotografica.

La maestra mi ha mostrato il disegno con un’espressione perplessa che avrebbe dovuto farmi sentire in colpa. Mi ha detto che avrei dovuto essere più presente, che mia figlia era una bambina molto speciale, che meritava di più da me.

Le ho risposto che si, certo, lo sapevo, ma poteva spostarsi un po’ più a destra e sollevare il disegno all’altezza delle spalle mentre parlava? Perfetto, così. E poteva spostare i capelli dietro una spalla? Per inquadrare meglio il viso, ecco tutto.

Mia moglie mi ha lasciato dopo quindici anni di matrimonio.

Non voleva essere sposata con una macchina fotografica, voleva qualcuno, qualcuno che ci fosse davvero.

Ho scattato un’istantanea dei documenti per il divorzio e poi della sua macchina che si allontanava nel vialetto.

Quella è una delle mie foto migliori: l’auto blu risplende sotto i raggi del sole, le foglie sono mosse dal vento, una mano di mia figlia è poggiata sul vetro, l’altra leggermente sollevata, aperta, in segno di saluto. La parte più bella sono i dettagli: il peluche poggiato sul sedile, di cui si vede appena il ciuffo di peli sulla testa, il riflesso del viso di mia moglie nello specchietto e, minuscola, quasi invisibile, una lacrima che le solca la guancia.

Mi capita di riguardarla certe volte, nella mia mente: è una delle poche cose che mi sono rimaste, che sono riuscito a salvare.

Quando ci ripenso mi dico che è quello il momento in cui tutto è crollato.

Ma so che non è così e mentire a me stesso non mi riesce più bene come un tempo: le cose hanno iniziato a rovinarsi quando ho visto quell’album.

Ero solo un bambino, ma sono riuscito lo stesso a distruggere la mia vita.

E ci sono riuscito da solo, in un istante.

Ci siamo, abbiamo raggiunto il punto: la colpa non è del mondo, quando l’ho detto ho mentito.

La colpa è mia, mia e solo mia, perché sono stato io a decidere, sono stato io a pugnalarmi il cuore, sono stato io a scegliere quale sarebbe stato il modo migliore per vivere senza soffrire.

Ho passato anni alla ricerca della luce perfetta, cogliendo i lati migliori delle persone, apprezzando la bellezza in ogni sua forma e questo mi ripaga in qualche modo per ciò che ho perso, ma il rimborso è così piccolo che quasi scompare in confronto al resto.

La verità è che la vita uno scontrino me lo ha dato eccome, ma io ho deciso di nasconderlo in un cassetto e di dimenticarmene, ma senza davvero scordarlo.

La verità è che in qualsiasi momento avrei potuto decidere di strapparlo, avrei potuto vivere intensamente, follemente, disperatamente e soffrire come un dannato. Avrei potuto decidere di farla finita, se il tutto fosse diventato troppo. Avrei potuto almeno provarci, senza nascondermi dietro un vetro. E invece ho preferito stare lì a guardare.

Sono venuto al mondo e, guardando quello schermo carico di distruzione e di violenza, ho capito che osservare avrebbe fatto meno male. Per questo il mio pianto non è durato a lungo, per questo non mi sono agitato più di tanto: avevo già in mente una soluzione, un modo per evadere dai miei timori.

Mia figlia viene ogni settimana e mi racconta la sua vita.

Ha problemi a lavoro, il suo capo non la apprezza.

Sua madre le manca tanto, sempre, da quando è morta vent’anni fa.

Suo marito la sera sparisce e torna a casa la mattina presto, per poi correre in ufficio.

Mia figlia pensa di averlo scelto così apposta.

Spesso mi incolpa per la piega che hanno preso la cose.

Mi dice che se io ci fossi stato, tutto avrebbe avuto il senso che lei cerca disperatamente da anni.

Io annuisco, le scatto una foto, ma lei sembra non accorgersi neanche di me.

Continua a parlare per ore, tirando fuori ciò che avrebbe voluto dirmi quando era piccola, tornando bambina e poi crescendo ogni settimana davanti ai miei occhi.

E io assaporo tutto, cerco di recuperare tutti i momenti che ho perso, anche se so che rimarrò sempre indietro, che non riuscirò mai a raggiungerla veramente.

Mia figlia è una persona speciale, ecco cos’ho capito in questi ultimi tempi.

Mia figlia non ha paura delle sfide, non ha paura della vita, di lussarsi una spalla, di perdere una mano.

Non ha paura di smarrire qualcosa, di non ritrovarlo mai più, di rimboccarsi le maniche e ricostruire il castello di carte che le crolla negli occhi ogni giorno, quando sente la porta di casa aprirsi e poi chiudersi lentamente e il letto si china e suo marito si sdraia come se niente fosse.

Non ha paura di chiedersi dove sia stato, lo sa già, lo ha capito da molto tempo.

Non ha paura di perdonarlo tutte le mattine, di sorridergli appena sveglia, così come non ha avuto paura di perdonare me.

Non ha paura di cercare di riconquistarlo, di sperare di vederlo cambiare, di assumersi le proprie responsabilità, di comprendere i propri errori, di accettare la sofferenza, anche quella che non si merita, custodendola dentro di sé e trasformandola lentamente.
Mia figlia è forte nonostante sia debole ed è con un orgoglio quasi malato che mi ripeto che questa sua forza è merito mio: perdermi la sua vita ha fatto male entrambi, ma l’ha aiutata a crescere.

E ormai da due anni lei viene a trovarmi, puntuale, ogni settimana.

Porta dei fiori, si siede per terra, incurante del terreno umido e sporco e incrocia le gambe.

Parla con una pietra, una lapide fredda come lo ero io in vita e cerca di spezzarla con la forza delle sue lacrime.

Sente di stare costruendo qualcosa di importante, un legame che io ho reciso alla sua nascita ma che lei ha sempre sentito nel suo petto, in quella zona vicino al cuore che rimbomba ad ogni battito.

Non crede nell’aldilà, in una vita dopo la morte, anche se pensa di essere arrivata ad un compromesso.

Non crede in Dio, negli angeli e nel paradiso, ma a se stessa dice il contrario.

Io lo so perché riesco a vederla, finalmente, in tutta la sua essenza.

Ed è così bella che avrei voglia di restare a guardarla per sempre.

Mi chiedo con chi parli, visto che non crede in me.

Mi chiedo perché si ostini a ripetersi che sono da qualche parte, quando non pensa che sia vero.

Mi rispondo che è sola, pur essendo circondata da persone.

Diventare come me era il suo sogno di bambina e finalmente è riuscita a realizzarlo, anche se aveva già cambiato idea da molto tempo.

Le faccio più compagnia da morto che da vivo e quando ci penso un sorriso amaro mi solca il volto.

Ma poi lei riapre bocca e ricomincia a raccontare e non mi interessa più di me stesso: l’unica cosa che conta è lei.

Sono dietro un vetro e la guardo.

È così vicina, ma non potrò mai toccarla, ho perso la mia occasione.

Sono dietro un vetro e lei è così bella che mi si spezza il cuore.

La vedo piangere e le braccia mi tremano per il desiderio di stringerla, di tenerla stretta immergendo il viso nei suoi capelli.

Cerco di immaginarne l’odore, ma non lo so, non l’ho mai saputo.

E così a dividermi da lei non c’è più solo il vetro, ma ci sono anche le mie lacrime, quelle lacrime che scaccio via perché mi appannano la vista.

Non voglio perdermi niente, neanche un minuto.

E forse l’oblio eterno sarebbe stato meglio, perché questa esistenza fa troppo male.

Ma non posso ignorarla, non questa volta.

Ho finalmente iniziato a vivere, ora che la mia vita è finita.

Sono dietro un vetro e ripenso a quel biglietto che le ho lasciato.

Avevamo smesso di parlarci, avevamo smesso di fingere di farlo, ma avevo provato il desiderio di dirle qualcosa, una cosa che era apparsa nella mia mente pochi giorni prima, all’improvviso, accecandomi come un flash.

Resisti, fallo con forza, sorridendo mentre piangi, alzando la testa nonostante la gravità.

Resisti, perché niente ha un significato, questo tutto porta al nulla e alla fine ciò che hai fatto non avrà importanza per nessuno.

Tranne che per te.

Resisti, solo per poter sputare in faccia alla morte quando sarà arrivato il tuo momento, per poterle dire che non hai rimpianti, che hai combattuto a lungo, finchè hai potuto.

Resisti, perché io non ho saputo farlo.

Una vita non è abbastanza, eppure è troppa.

Non è abbastanza per dirti che ti amo con tutto me stesso, per dimostrartelo con qualcosa di più di un biglietto di carta, per poter provare a ricucire la nostra vita insieme.

È troppa per poter resistere ancora, per poter fare anche solo un altro passo verso questa incertezza che mi fa tremare le ginocchia.

Perdonami se ti sto lasciando un’altra volta.

Ti voglio bene, so che lo sai, anche se non riesci a spiegarti il perché di questa certezza.
Le mie foto mi hanno permesso di capire una cosa e voglio che tu la sappia, voglio lasciarti almeno questo: sei in tutto ciò che faccio, in ogni scatto, in ogni pellicola che sviluppo.

Sei dentro di me, ci sei da quando sei nata.

Ma la mia paura è riuscita ad oscurarti.

Ho vissuto poco, ho vissuto male, ho vissuto tutto.

E tu sei stata lì con me.

Ci sarai sempre.

Lo sta rileggendo proprio adesso e mentre lo fa sorride leggermente.

In passato le mie parole l’hanno fatta star male, ma adesso sembrano renderla felice.

E questo rende felice anche me.

Sono dietro un vetro mentre lei si asciuga le lacrime, solleva la testa e si alza in piedi di scatto.

Sono dietro un vetro mentre lei ritorna forte, mentre mi mette da parte e si rituffa nella sua vita con una determinazione che io non ho mai avuto.

Sono dietro un vetro mentre si allontana ed è da dietro il vetro che mi chiedo se la settimana dopo tornerà da me per finire di raccontarmi la sua storia.

Non posso saperlo, sono incastrato in quest’inquietudine che ho evitato per tutta la vita.

Potrebbe tornare domani o fra sei anni.

So solo che varrà la pena aspettarla.

E mentre se ne va, da dietro il mio vetro la guardo e i dettagli sono la parte più importante: le sfumature d’oro nei suoi capelli, la macchia di terreno sui suoi pantaloni… l’angolo delle labbra leggermente piegato verso l’alto, nell’accenno di un sorriso.

Ingrandisco l’immagine, metto a fuoco il suo viso.

Scatto una foto.

Ed è la migliore che io abbia mai fatto.

Rossana Signore

 

Tutto ‘sto casino peee’ ‘sta stronzata?

Photo by Gabor Monori on Unsplash

-Vie’ qua! Faaatteee salutà!
-A Gigi… ciao…
-Abbello de Gigi! Ma li mortacci tua… ah ah… mo’ me devi raccontà…! Me vojo proprio divertì e me devi dì pure i paaarticolari. Sgancia sgancia.
-E che devo sgancià?
-Er fatterello.
-Er fatterello…? Che fatterello?
Er fatterello ‘daa scrittrice e de ‘aaa presentazione der libro.
-Ah. C’hai rraggione. ‘Aaaaa scrittrice…
-Parla parla. Che so curioso come ‘an frocio.
-Gigi…
-Eh.
-Scusa, ma… non me va…
-Non te va cosa?
-De parlà. Non me sento bene…
-Non te senti bene… ?
-Non me sento…
-…
-…
-Eeenfatti te vedo strano. Ma proprio tanto. C’hai ‘na faccia che non me piace pee niente…
-Sto male…
-Vabbè e che c’hai?
-Me fa male tutto. Qui e qua e poi qui e poi qua…
-E quo ‘ndo l’hai messo? ‘Too sei magnato, er terzo paperotto?
-Ah ah.
-Che cazzo te ridi. Parla.
-Davero, Gigi…
-E parlaaaaa t’ho detto!
-Me scoppia ‘aaa testa.
-Te scoppia ‘aaa testa?
-Me scoppia proprio.
-La vedi ‘sta mano? Mo’ tooo dico: se continui a ‘faaa o stronzo te do ‘na pizza che te faccio male male.
-Gigi e dai…
-Ma me sta pija peeer culo? Hai avuto er privilegio d ‘avvè ‘n consulente coi controcazzi come ar sottoscritto, te sei pappato ‘eee perizie en fatto de scrittori, en fatto de scrittrici, en fatto de stronzate post-moderne, en fatto de abboccamenti ‘ntellettuali e pure questo è il ringraziamento?
-Te prego, non me va, non me va… lasseme perdeee.
-Lasseme perdeee?! Mo’, adesso, vojo sapè com’è annnaataaa ‘caaaaa scrittriccce altoooolooocaaaata! Suuubbitto!
-Che devo dì, Gigi…
-Er fatterello!
-…
-…
-…
-Stai come angesù cristo, stai… me fai ‘na pena… vor dì che non t ‘a sei scooopata. E’ questo che mi stai dicendo?
-…
-…
-…
-E vabbè. Ho capito. Non t ‘a sei scooopata. Ce pooo sta.
-…
-Ma almeno, dico, te sei fatto fa er chupa chups. Almeno er chupa chups.
-…
-…
-…
-Niente chupa chups… E vabbè, allora vor dì che t’ha addrizzato ‘a torre de Pisa caaa mano magggica.
-…
-…
-…
-Niente torre de Pisa. Vabbè, vor dì che glie fatto tu ‘na spppennnellatina come se deve ar regno dei cieli. Dillo, a Gigi tuo: se bagna o nun se bagna com an lago? A che gusto ce l’ha? Dimmi. Parla.
-…
-…
-…
-Niente spennellatina. ‘Na spremutina?
-…
-Manc’aaa spremutina. ‘Na limonatina?
-…
-Manc’aaaa limonatina…
-…
-Insomma, buio totale. Er buio t-o-t-a-l-e. Robbba ‘da brividi. Roba che Waterloo al confronto era ‘na scampagnata de femminuucce.
-Che è Vaterlo?
-Vaterlo ‘aaaa pija ‘nder culo.
-Ah.
-A questo punto meee fatto venì ‘na curosità ‘nncredibile. Vojo sapè come cazzo hai fatto e soprattutto che cazzo hai fatto! VOJOOOO SAPEEEE’! SUUUBBBITTTO!
-Calmati, Gigi. Mo’ parlo.
-E parlaaaa!
-Niente. Arrivo all’pppuntamento verso eee 18 e 30-35. Tutto elegante, come an figo. Entro in questa sala grande e tutta illuminata e pulitissima. Vedo lei e ‘n cameriere.
-Er cameriere?
-‘Na fregna che non ti dico, ‘a scrittrice. Eeee’ zinne grosse così. Eeee’ cosce tentatrici. An culo che parlava tutt e linggue der monno. Materiale de primissima qualità.
-Meee spieghi ‘aaa presenza der cameriere?
-Peee ‘aaa preparazione dei piatti da magna’ e infatti, quanno so entrato io, già li stava ‘a preparà.
-A preparà i piatti? Er cameriere?
-E sì. ‘Aaa scrittrice stava preparando er tavolino pieno de libri e accanto c’era ‘n sacco de roba da magnà e c’avevo ‘na fame che non ti dico. Io però me so detto: se comincio a magnà e focaccine chiii wurstel, caaaa sarsiccia, cheeer tonno e ‘eeee pizeeelle e eeei roootooloni de carne e eee patatine e eee nocelline e ‘aaa pasta ar forno e l’ensalataaa de rissoo eccetera eccetera, me faccio notà en negativo e so cazzi.
-Ma ‘ndo se stato ‘ana sala recevimenti?
-No no. Era proprio ‘na sala de libri.
-Mo’ scommetto che c’era pure er piano bar…
-C’era c’era. C’era ‘aaa cantante, er pianista, er batterista e pure er trombettista.
-Teeeribile. Proprio ‘na cafoonata stellare. Vabbè e dopo che hai fatto?
-Faccio er finto tonto. Prendo er libro e lo sfoglio piano piano ‘caaa faccia estasiata, come me hai detto tu, portando ‘aaa mano sott’ar mento.
-Bravo bravo.
-Lei dopo un po’ me nota e s’avvicina e me chiede ‘caaa voce da mignotta “ciao, grazie per essere venuto” e io glie risponno, ovviamente in italiano, “ciao, ma figurati, sei l’autrice?”, e lei “sì sì”, e io “comunque, davvero, devo farti i complimenti, mi sembra molto interessante il tuo libro, hai talento e si nota subito che sei una ragazza profonda, una ragazza con forti sentimenti”, e lei “grazie, sì in effetti mi è costata molta fatica…” e parla e parla e parla e io glie guardo ‘e zinne parecchio de fori e dopo n’quarto d’ora sta ancora a parlà, “… sì, è un’opera frutto di un travaglio interiore e quasi magmatico, molto doloroso, straziante, perverso, indecente quasi, all’inizio non volevo mettere a nudo i miei sentimenti più intimi, quasi mi vergognavo e questo perché sono una ragazza pudica, molto pudica, poi però l’esistenza, la mia esistenza, il mio percorso esistenziale mi ha suggerito che, sì, dovevo farlo. Ed eccolo qui. Pubblicato”, e io “complimenti, vorrei comprarlo”, e lei “Prego. 20 euro”.
-20 euro??? Mortacci tua.
-Hai capito ‘bbravo.
-Mamma mia. ‘Na rapina.
-Gigi, te devo confessà che quando m’ha detto er prezzo e quando ho sganciato er bigliettone ho cominciato a sentirmi male…
-E te credo. Ma poi se pooo sapè come se chiama ‘sto libro?
-Aspetta… sì… allora… mooo ricordo… se chiama… “Baluginio di un’anima che vuole dissolversi negli anfratti della non esistenza”.
-Gesù che puttanata. Vabbè vai avanti.
-E niente. Annn certo punto smette de parlà perché se fa ‘na certa e me lascia co sttiii cazzi di dolori aooo stomaco. ‘Aaa gente arriva e se fa gli occhi ‘a guardà i piatti pieni, pieni de roba da magnà. Però giustamente non può magnà, dopo che finisce tutto se pooo’ magnà, magnà prima sarebbe ‘na cafonata.
-Enfatti.
-E allora prende posto e anch’io mi siedo in prima fila per famme vede’ da lei. Saluti. Presentazioni. Cazzi e mazzi. E io trattengo e trattengo e passano i minuti e trattengo e trattengo e non so che cazzo fare. Dolori dappertutto.
-Forse dovevi annà ar cesso.
-No no! In quel momento non era cosa de cesso! Credimi! Era tipo… convulsioni.
-Vabbè i crampi. Capita. Vai avanti.
-E niente. Annn certo punto a scrittrice prende er libro, prende er microfono e comincia a recità ‘ntensamente. Caaa passione proprio, cor piano bar che se mette a suonà en contemporanea. Prima comincia a ‘recità dolce ma dolce dolce, accompagnata dar pianoforte der pianista e caaa cantante. E io coi dolori e coi dolori, mamma che dolori. Finisce e ‘pplausi scroscianti e recomincia. Da dolce se fa violenta, se mette a gridà sempre ‘ntensamnete e parte ‘aa trombetta der trombettista. Peee creà ‘aaa tensione.
-Eeeenfatti.
-E io trattengo e trattengo e passano i minuti e trattengo e trattengo e non so che cazzo fare. Poi me renno conto…
-Che te renni conto?
-Che se tratta che devo scaricà. Ma de brutto.
-Eo sapevo.
-‘Nsomma, altri applausi scroscianti e dar trombettista se passa ar batterista caaa cantante perché da pagina 40 in poi aaa situazione se fa triste ma anche esagggitata.
-Enfaaatti.
-Lei mi vede agitato, tutto sudato, ‘na pezza bagnata e ride e apprezza e io ‘n apprezzo proprio pe niente e trattengo e trattengo e passano i minuti e trattengo e trattengo e non so che cazzo fare.
-Ma perché non sei annato ar cesso?
-E nuuuun sapevo dove stava e poi era tutto buio, non se vedeva ‘n cazzo.
-E perché non hai chiesto ar pubblico lì vicino?
-Ho chiesto ma nooo sapevano. Nessuno sapeva dov’era er cesso.
-Cazzo che situazione.
-E poi non te dico ‘aaa atmosfera. Parecchio surreale. Er pubblico, ‘aaa gente nuuun ciaa faceva più e non vedeva l’ora de magnà, de spazzolà tutto. Io pure, ma dovevo scaricà prima. Ann certo punto, finalmente, eeee esibizione finisce. Altri applausi scroscianti. ‘Aaaa luce ritorna e trattengo e trattengo e trattengo e qualcuno, non me recordo chi, dice “ora passiamo alle domande del pubblico” e io alzzo subbbito ‘a mano, voglio chiede dove sta er cesso, poi ci ripenso perché sai che figura de merda, e più pensavo ‘aaaa merda e più scendeva, e allora me so alzato e mo so messo a core dalle parti der cameriere, gli ho chiesto dov’era er cesso e me l’ha indicato, soo partito a razzo e so entrato nder cesso e me so messo a scarica’ de brutto ma proprio de brutto. ‘Na liberazione. ‘Na grandissima liberazione. ‘Na goduria.
-E poi?
-E poi… so uscito. Esco e vedo tutti che me guardano. Immobili. Caaa faccia schifata. ‘A scrittrice che piagne come ‘na fontana. ‘Na catastrofe. Penso: avrò esagerato cor volume? E allora, imbarazzatissimo, chiedo al cameriere “cameriere, ma perché mi guardano tutti? Che ho fatto?”, e il cameriere “ha avuto l’indecenza di espletare i suoi bisogni, non doveva farlo, si è sentito tutto, abbiamo sentito tutto ed è stato davvero rivoltante. Si vergogni!”, e io me so davvero dispiaciuto, non volevo proprio…
-E poi?
-E poi ho chiesto scusa a tutti e me ne so annato. Che dovevo fa?
-Sei stato en signore. Sei en signore.
-Che voi dì?
-Vojo dì… tutto ‘sto casino… peee’ ‘sta stronzata?

Andrea Costanza

A Lame Tale, ricordi nostalgici di vita vissuta

Il crowfunding per la limited edition del Blu-ray di Bronx, A Bronx Tale, è partito. Non un capolavoro, ma un signor film. Guardatelo. E scoprirete che Chazz Palminteri, coadiuvato dalla regia di De Niro, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, aveva adattato alla grande la sua bellissima pièce teatrale. Un lavoro coi fiocchi, per un film delicatamente educativo, sgangheratamente formativo, insomma, una storia narrata con gusto e dall’ottimo sapore cinematografico. E che classe nella messa in scena, misurata e sapientemente calibrata.

Ogni quartiere ha la sua storia. E io sto qua, stamattina. Come Lillo Brancato del film di De Niro a tagliarmi la barba, attento a non ferirmi. Ma questa lametta fa i dispetti e un po’ di sangue mi cola dalle guance. Che mi dice oggi lo specchio? Di guardarmi dentro e narrarvi delle mie balzane, discole avventure avvenute anni fa quando qui, nel quartiere Lame di Bologna, si respirava il profumo dei giorni autenticamente migliori e la vita ti sapeva riservare sorprese?

Ora, questo quartiere è stato sopraffatto da una triste modernità e la gente cammina con gli iPhone in mano. Attraversano tutti senza guardare mentre, ai miei tempi, la gente stava attenta a dove metteva i piedi. Oggi le persone sanno solo scattarsi selfie mentre una macchina sulle strisce pedonali le mette sotto e così la foto viene un po’ mossa, diciamo.

Ecco, era un periodo cazzuto quello di cui vi parlo.

Se eri minorenne e camminavi per queste strade, qualche balordo poteva attentare alla tua incolumità virginale. Alludeva sempre alla tua sessualità e, con far strafottente, la umiliava, coprendoti dei tipici insulti di quell’età.

– Ehi, lo sai che sei una checca?
– Vaffanculo.
– Ah sì? Allora fatti sotto! Ecco che te ne arriva una. E un’altra!

Sì, spedii vari ragazzi al traumatologico per colpa di quelle infauste insinuazioni. Io me la cavai col viso gonfio e con le nocche fratturate, ma erano risse che odoravano di uomini “veri”, da teste di cazzoni qual eravamo noi tutti.

A dodici anni, ogni mattina, come un orologio svizzero, puntualissimo mi appostavo alla fermata dell’autobus, aspettando appunto che arrivasse l’autobus che mi portava alla mia scuola media. Era il 18. È rimasto quello, credo. E lo prendono anche quelli che, non solo hanno già compiuto diciott’anni, ma anche quelli che hanno già un piede nella tomba.

Vicino a quella fermata, c’era e c’è ancora il Bar Jolly e un mio amico, che come me aspettava l’autobus, prima di salirvi, vi si recava perché al Bar Jolly gli infarcissero il panino alla mortadella che lui avrebbe mangiato nella ricreazione scolastica. Quel mio amico oggi fa l’imbianchino e adora il libro di Charles Bukowski, Panino al prosciutto.

Panino al prosciutto racconta il primo periodo della vita di Bukowski-Chinaski, nonché dell’ingresso nella nota vita randagia e pericolosa tra stanze in affitto, risse, birre, vino e whisky.

Ecco, insomma quel mio amico, si capisce bene, non è diventato un industriale. Al massimo, ora imbianca le pareti di qualche pezzo grosso, mangiando panini al salame piccante tra un’affrescata e i suoi “rinfreschi” nelle pause pranzo. Comunque non è mai finito al fresco.

In quella fermata, avvistavo lo scemo del villaggio. Ogni quartiere ne ha uno. Questo qui prendeva sempre l’autobus come Forrest Gump, ligio e maniaco della puntualità, e salutava tutti, dando loro un gentilissimo “buondì, felice vita!”, anche se quel giorno una di queste persone era rimasta a casa con la febbre.

Sì, lui salutava anche i fantasmi e gli ammalati, gli stronzi e i criminali. Tutti, senz’eccezione alcuna. E si congratulava per le loro vite, belle od orrende che fossero. Quest’uomo esiste ancora, non è ancora morto, ed è sempre allegro come una volta. Sì, gli altri aspettano l’autobus per tirare a campare, lui ha perso il treno dalla nascita, ma gironzola a piede libero alla faccia dei fessi che si fanno il culo ogni santo giorno che Dio ha creato.

La morale del film Bronx, come scritto nel dizionario dei film Morandini, è questa: i veri uomini duri sono quei coglioni che vanno a lavorare.

– Buon uomo, dove va stamattina, così presto?

E lui risponde, con sorriso affabile:

– Vado nel mio mondo e dove mi porta il cuore.

Oh, che vi devo dire? Sarà uno scemo molto ricco per potersi permettere di andare solo ed esclusivamente dove vuole lui da quarant’anni a ’sta parte.

Però è un uomo talmente buono e tenero che nessuno l’ha mai mandato a fanculo.

Nel mio quartiere, ci sono anche le ragazze. Mi pare ovvio. Altrimenti sarebbe un quartiere moscio, uno di quei quartiere che, come si suol dire, non tira… molto.

Ecco, se ti piace una donna e vuoi immediatamente capire se è la ragazza giusta, non regalarle un mazzo di rose rosse, regalale un quartiere migliore. Ti sposerà subito.

Che poi, forse, non gli andresti bene lo stesso.

– Sì, caro. Abitiamo nel Borgato San Donato, la zona migliore di Bologna. Ma io sognavo Hollywood, la piscina a Beverly Hills e ho sempre desiderato girare un film con De Niro. Volevo essere come Sharon Stone.
– Come quella di Casinò?
– Quel film mi manca. Lei com’è in quel film?
– Ah, bellissima, al top del suo splendore ma non è che finisca, diciamo, benissimo.
– Meglio che una vita in questo cesso di città di merda.

Ho detto tutto. Una così non credo sia la ragazza dei sogni. Incontentabile, frustrata, viziata, però ama farsi le “storie” su Instagram, con le orecchie da coniglietta di Playboy.

Io, come Lillo Brancato, appena presi la patente, incominciai a guidare una “sfavillante” macchina rossa. Sì, un Pandino. Decappottabile, nel senso che, se prendevi male una curva, ti cappottavi di brutto.

E non c’era neanche l’airbag.

A dire il vero, non è che questo quartiere sia poi cambiato molto da allora. La gente va a fare la spesa, penso che qualche volta trombi, sì, ogni anno vedo nuovi neonati che spuntano, e poi muore. Nel frattempo, guarda qualche film alla tv.

Ricordatevi: la cosa più triste, nella vita, è il talento sprecato.

E io allora perché continuo a vivere in questo quartiere?

Ma questa è un’altra storia.

E comunque il mio quartiere, in confronto al Bronx, è roba da signori.

Eh sì, mentre pensavo al mio quartiere, il quartiere Lame, ho finito di tagliarmi la barba. Ma, al solito, mi son tagliato.

Sono un uomo tagliente.

Stefano Falotico

 

 

Il vuoto baraccone dell’UE e il declino dell’Occidente

Le persone perbene e sagge e responsabili e civili e laureate e benestanti che hanno a cuore il futuro di un’Europa forte, solida e con sani principi, sentenziano: viviamo in Occidente e l’Unione Europea, che non si trova su Mordor ma proprio in Occidente, è la nostra casa ed è la casa di tutti, di tutti tutti tutti, al cui interno i popoli vivono, soggiornano, viaggiano, si immedesimano gli uni con gli altri perché una è la famiglia ed è quella europea accomunata dai Valori, quei Valori, sì proprio quelli: i Valori.

Chi non la pensa così, chi non si trova bene, chi storce il naso, chi si fa prendere dai dubbi, beh, è incivile e brutto e sporco e non capisce niente e siccome non capisce niente è un populista, populista!, ossia un energumeno coi pidocchi e con l’anello al naso.

Noi, dicono ancora le persone perbene e sagge e responsabili e civili e laureate e benestanti, abbiamo il nostro fiore all’occhiello, ovvero il programma Erasmus, attraverso cui i gggiovani europei fanno “dell’interscambio culturale” una ragione di vita e un modello da seguire. La sentite questa brezza di fiori di lillà? Volete mettere? Come farebbero senza l’Erasmus questi giovani di grande avvenire a respirare a pieni polmoni tale arietta floreale di civiltà e di apertura e di integrazione e dunque d’Europa?

Uno spagnolo, ad esempio, è uno spagnolo ma è anche formalmente un cittadino europeo. Perché la Spagna fa parte dell’Unione Europea. Perché lo dicono le carte, i trattati. Ma non solo. Un giovane spagnolo meritevole, che viene qui in Italia spesato dall’UE, dopo sei o dodici mesi passati a studiare con viva e vibrante soddissffazzione per il suo grande e luminoso avvenire abbracciando gli usi e i costumi del paese ospitante (e non, per carità di Dio!, a spassarsela come un mandrillo sperando, ehm ehm, nelle aperture delle passere autoctone sperando che gliela diano), ritornerà in Spagna per forza di cose, in fondo, un po’ italiano diventando un cittadino europeo anche de facto.

L’esempio ovviamente può essere invertito partendo da casa nostra. Ora, ve lo immaginate un giovane italiano, un barese o un foggiano o un leccese per dire, che già di suo non si sente né barese, né foggiano, né leccese, né pugliese, né italiano, sentirsi di ritorno, chessò, dalla Romania un po’ rumeno, dalla Polonia un po’ polacco, dall’Ungheria un po’ ungherese, dalla Slovacchia un po’ slovacco, dall’Estonia un po’ estone? Me lo immagino. Ragion per cui anche lui si sentirà un po’ cittadino europeo e poi, man mano, pensandoci ancora su, cittadino europeo lo diventerà e pure convintamente.

La propaganda, che della retorica imperante si serve, ha raggiunto livelli talmente grotteschi di malafede e di faziosità da risultare comica. Se ne inventano una più del diavolo gli apparati culturali di regime, e con loro gli allocchi e i fessi, pur di giustificare nella fattispecie l’esistenza di questo baraccone pieno di niente che prende il nome di UE. Di quale Unione Europea parliamo quando ci si spella le mani dagli applausi glorificandone l’esistenza? Quella “dell’interscambio culturale” e dell’effettiva appartenenza ad una casa e ad una causa e ad una visione comune o a quella della libera e liberissima circolazione del denaro e delle merci affinché gli affari possano prosperare più di prima? Di quale Unione Europea parliamo? Quella davvero dei popoli uniti e pertanto felicemente accasati col cuore tinto di blu e con le stelline appiccicate o quella del baraccone burocratico fatto di istituzioni e organismi e agenzie il più delle volte autoreferenziale e privo di legittimazione democratica? O quella dei padroni delle ferriere, appunto dei businessman con la loro calcolatrice in mano, con le loro partite doppie e con i loro profitti da perseguire?

Quali sono questi valori che tuttora ci dovrebbero far sentire cittadini europei? I valori sono dei coefficienti sociali con cui un’aggregazione di persone cerca di convivere assieme perché alla loro obbedienza ci crede. A cosa crediamo, noi europei e occidentali?

Tralasciando le grandi narrazioni ideologiche relativamente recenti e di cui ci siamo disfatti, per secoli c’è stato un filo conduttore che, bello o brutto, legava noi occidentali e noi europei. Si può riassumere in una parola: Cristianesimo. Come ci dice Umberto Galimberti, “l’Occidente di cristiano non ha solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente”. Tuttavia Friedrich Nietzsche ci aveva avvisato che Dio è morto ed è morto innanzitutto nella coscienza dell’uomo e della donna occidentale. Nella sua “Gaia Scienza” così si esprime in merito: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? […] Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?”.

Dio l’abbiamo ucciso e con lui il senso del Sacro e della trascendenza e lo abbiamo sostituito con un altro; ovvero col Dio Denaro. L’Occidente è in declino non solo perché la sua economia va e continuerà ad andare a rotoli, ma anche perché ha perso i suoi punti di riferimento valoriali in cui credere e a cui aggrapparsi. Non crediamo a niente, noi europei e noi occidentali del XXI secolo. La verità è questa. Tuttora quel che ci lega davvero è proprio quell’approccio meramente mercantile alle cui logiche è prona la nostra stessa coscienza. Viviamo all’interno di una società atomizzata e dunque contraddistinta dalla presenza di individui isolati, estranei gli uni con gli altri, che fanno riferimento al loro agire riconoscendo come valido il pronome “io” anziché il “noi”. Con questi presupposti non si può invocare l’esistenza di una società giusta e di un’appartenenza comune retta da valori forti e degna di questa nome. Perché non esiste o, se esiste, è destinata inesorabilmente a crollare a causa della sua endemica fragilità.

Andrea Costanza