Le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta

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Anche i cerimoniali che ruotano attorno al conseguimento della laurea ci connettono, nella debita misura, con l’antropologia di un popolo. I retaggi del nostro passato si sedimentano, ci perseguitano e si perpetuano. Provengono da lontano, da quel retroterra contadino per secoli e secoli vessato, affamato, assoggettato alle angherie dei Signori e dei Principi, degli Innominati e dei Don Rodrigo di turno con la pancia piena e col mento all’insù, ossessionati dal blasone delle onorificenze, ottenebrati dalla boriosità e dall’arroganza di si chi crede intoccabile. Come direbbe il Marchese del Grillo, presente nell’omonimo film di Monicelli, riferendosi ad una banda di poveracci: “Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo”.

Quel popolo minuto costantemente oppresso, in cerca di emancipazione e riscatto da appagare adottando gli stessi canoni valutativi dei loro oppressori, con la speranza di scalzarli dalle redini del cavallo, siamo noi. Al tempo dei nostri genitori e dei nostri nonni fino ad andare ancora più giù negli scantinati della storia, nei paesini di campagna ma non solo, chi si laureava veniva imbellettato di tutto punto e issato sulla punta del proscenio proprio come se fosse una madonna da esibire in processione. Auguri, baci, congratulazioni a destra e a sinistra al dottore, alla dottoressa, a queste mosche bianche, bianchissime, bianchissimissime perdio!, che si doteranno nella vita professionale e sociale di colletti lindi e tanto profumati.

Non come noi, pensavano i nostri cari, e i cari dei loro cari, e i cari dei cari dei loro cari, che le uniche mosche che conosciamo sono quelle che gironzolano attorno alla merda di cavallo e maiale, e anche di vacca. Non come noi, pensavano ancora, che ci detestiamo, ci facciamo schifo solo a guardarci: noi, contadinotti straccioni, poveri disgraziati costretti a piegarci come giunchi e a morire di fatica nei campi e nelle fabbriche, puzzolenti come siamo di sudore e terra messi assieme. I nostri figli, i nostri nipoti dovranno avere più fortuna di noi. Dovranno avere fame, dovranno preoccuparsi di svettare e sgomitare: ad ogni costo. Dovranno arrampicarsi più in alto possibile e scalare la vetta. Si creeranno una famiglia, com’è giusto che sia, dopodiché troveranno un lavoro che possa garantire quattrini e prestigio sociale. E dovranno nutrire stima, talmente tanta di quella stima in loro stessi che dovranno gonfiarsi, pomparsi, gonfiarsi, pomparsi di continuo, proprio come un tacchino in procinto di esplodere. Almeno, pensavano, verranno salutati e trattati con rispetto da chicchessia e non dovranno piegare il capo come facciamo noi quando dobbiamo rivolgerci al Commendatore, al Notaio, al Professore, al Giudice, al Padrone, che parlano, mangiano, vestono, comprano come Dio comanda. Se esisti devi apparire, figlio mio, a mammà, a papà, a zia, a nonna, e se non appari, aridaje, non sei un cazzo. Ricordatelo.

Le sedute di laurea. La pletora di parenti e amici vestita di tutto punto e pronta a godere del “magico” momento della proclamazione. La presentazione mnemonica della tesi del laureando di fronte alla commissione. La dichiaro “dottore/dottoressa” in tali e tali. Alè. Gli applausi scroscianti. Le strette di mano. Gli occhioni lucidi. Il completino elegantino. Il selfie qui. Il selfie lì. Le pose. Il fotografo ufficiale. I fiorellini. La coroncina. La bomboniera. La pergamena. La festa megagalattica dove se magna a quattro ganasce, in fondo, per esorcizzare quel passato ignominioso, appunto, fatto di povertà e miseria, di sangue e merda.

Riti. Riti stanchi attorno ai quali gli uomini e le donne e naturalmente anche le nuove generazioni palesano, trascinandosi altrettanto stanchi e pesanti come macigni, la propria insignificanza. In un mondo tanto superficiale quanto miserabile, dove si viene riconosciuti e giudicati dalle apparenze, ecco, l’ottenimento della laurea continua ad essere uno di quei traguardi che contribuiscono a riempire di stemmi e galloni e gradi il rispettivo doppiopetto (piccolo) borghese; tutti ne hanno uno dal momento che lo siamo tutti, (piccolo) borghesi. E in fatto di stemmi e galloni e gradi, fondamentale è esibirli truccandone il valore. Ovviamente al rialzo.

Ebbene, ritornando alle lauree, c’è da dire che il loro numero si è parecchio inflazionato. Il loro valore, appannato. Risultato: le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta.

Andrea Costanza

Il vuoto baraccone dell’UE e il declino dell’Occidente

Le persone perbene e sagge e responsabili e civili e laureate e benestanti che hanno a cuore il futuro di un’Europa forte, solida e con sani principi, sentenziano: viviamo in Occidente e l’Unione Europea, che non si trova su Mordor ma proprio in Occidente, è la nostra casa ed è la casa di tutti, di tutti tutti tutti, al cui interno i popoli vivono, soggiornano, viaggiano, si immedesimano gli uni con gli altri perché una è la famiglia ed è quella europea accomunata dai Valori, quei Valori, sì proprio quelli: i Valori.

Chi non la pensa così, chi non si trova bene, chi storce il naso, chi si fa prendere dai dubbi, beh, è incivile e brutto e sporco e non capisce niente e siccome non capisce niente è un populista, populista!, ossia un energumeno coi pidocchi e con l’anello al naso.

Noi, dicono ancora le persone perbene e sagge e responsabili e civili e laureate e benestanti, abbiamo il nostro fiore all’occhiello, ovvero il programma Erasmus, attraverso cui i gggiovani europei fanno “dell’interscambio culturale” una ragione di vita e un modello da seguire. La sentite questa brezza di fiori di lillà? Volete mettere? Come farebbero senza l’Erasmus questi giovani di grande avvenire a respirare a pieni polmoni tale arietta floreale di civiltà e di apertura e di integrazione e dunque d’Europa?

Uno spagnolo, ad esempio, è uno spagnolo ma è anche formalmente un cittadino europeo. Perché la Spagna fa parte dell’Unione Europea. Perché lo dicono le carte, i trattati. Ma non solo. Un giovane spagnolo meritevole, che viene qui in Italia spesato dall’UE, dopo sei o dodici mesi passati a studiare con viva e vibrante soddissffazzione per il suo grande e luminoso avvenire abbracciando gli usi e i costumi del paese ospitante (e non, per carità di Dio!, a spassarsela come un mandrillo sperando, ehm ehm, nelle aperture delle passere autoctone sperando che gliela diano), ritornerà in Spagna per forza di cose, in fondo, un po’ italiano diventando un cittadino europeo anche de facto.

L’esempio ovviamente può essere invertito partendo da casa nostra. Ora, ve lo immaginate un giovane italiano, un barese o un foggiano o un leccese per dire, che già di suo non si sente né barese, né foggiano, né leccese, né pugliese, né italiano, sentirsi di ritorno, chessò, dalla Romania un po’ rumeno, dalla Polonia un po’ polacco, dall’Ungheria un po’ ungherese, dalla Slovacchia un po’ slovacco, dall’Estonia un po’ estone? Me lo immagino. Ragion per cui anche lui si sentirà un po’ cittadino europeo e poi, man mano, pensandoci ancora su, cittadino europeo lo diventerà e pure convintamente.

La propaganda, che della retorica imperante si serve, ha raggiunto livelli talmente grotteschi di malafede e di faziosità da risultare comica. Se ne inventano una più del diavolo gli apparati culturali di regime, e con loro gli allocchi e i fessi, pur di giustificare nella fattispecie l’esistenza di questo baraccone pieno di niente che prende il nome di UE. Di quale Unione Europea parliamo quando ci si spella le mani dagli applausi glorificandone l’esistenza? Quella “dell’interscambio culturale” e dell’effettiva appartenenza ad una casa e ad una causa e ad una visione comune o a quella della libera e liberissima circolazione del denaro e delle merci affinché gli affari possano prosperare più di prima? Di quale Unione Europea parliamo? Quella davvero dei popoli uniti e pertanto felicemente accasati col cuore tinto di blu e con le stelline appiccicate o quella del baraccone burocratico fatto di istituzioni e organismi e agenzie il più delle volte autoreferenziale e privo di legittimazione democratica? O quella dei padroni delle ferriere, appunto dei businessman con la loro calcolatrice in mano, con le loro partite doppie e con i loro profitti da perseguire?

Quali sono questi valori che tuttora ci dovrebbero far sentire cittadini europei? I valori sono dei coefficienti sociali con cui un’aggregazione di persone cerca di convivere assieme perché alla loro obbedienza ci crede. A cosa crediamo, noi europei e occidentali?

Tralasciando le grandi narrazioni ideologiche relativamente recenti e di cui ci siamo disfatti, per secoli c’è stato un filo conduttore che, bello o brutto, legava noi occidentali e noi europei. Si può riassumere in una parola: Cristianesimo. Come ci dice Umberto Galimberti, “l’Occidente di cristiano non ha solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente”. Tuttavia Friedrich Nietzsche ci aveva avvisato che Dio è morto ed è morto innanzitutto nella coscienza dell’uomo e della donna occidentale. Nella sua “Gaia Scienza” così si esprime in merito: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? […] Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?”.

Dio l’abbiamo ucciso e con lui il senso del Sacro e della trascendenza e lo abbiamo sostituito con un altro; ovvero col Dio Denaro. L’Occidente è in declino non solo perché la sua economia va e continuerà ad andare a rotoli, ma anche perché ha perso i suoi punti di riferimento valoriali in cui credere e a cui aggrapparsi. Non crediamo a niente, noi europei e noi occidentali del XXI secolo. La verità è questa. Tuttora quel che ci lega davvero è proprio quell’approccio meramente mercantile alle cui logiche è prona la nostra stessa coscienza. Viviamo all’interno di una società atomizzata e dunque contraddistinta dalla presenza di individui isolati, estranei gli uni con gli altri, che fanno riferimento al loro agire riconoscendo come valido il pronome “io” anziché il “noi”. Con questi presupposti non si può invocare l’esistenza di una società giusta e di un’appartenenza comune retta da valori forti e degna di questa nome. Perché non esiste o, se esiste, è destinata inesorabilmente a crollare a causa della sua endemica fragilità.

Andrea Costanza

Il nuovo fascismo è ovunque. Impossibile resistergli

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L’avvento nel secondo dopoguerra della società dei consumi in Italia fu un processo che contribuì a stravolgere i costumi di un popolo, prima d’allora, diviso e composto in classi e da realtà locali e particolaristiche. Il borghese, il contadino, il proletario, con i loro usi e costumi, erano tali non solo nell’apparenza, ma anche nella sostanza, rispettivamente nel loro modo peculiare di approcciarsi alla vita. Il ventennio fascista, nel suo intento di inquadrare e uniformare i suoi membri in legionari vestiti da pagliacci, non aveva intaccato e stravolto nelle fondamenta quell’agglomerato interclassista. Quello che non era riuscito a fare il fascismo, lo aveva fatto nel giro di pochi anni la “way of life” a stelle e strisce, questa nuova e potentissima brezza che vede l’economia come assoluto epicentro in una società improntata unicamente sulla produzione, sulla vendita e sul consumo di merci.

Il meccanismo della produzione, della vendita e del consumo di merci su cui si regge un sistema come il nostro, ha bisogno che il singolo individuo diventi un ingranaggio infinitesimale, integrato com’è in un’immensa macchina burocratica riducendosi a prodotto di consumo, a merce, a cosa tuttavia pur sempre dotata di parvenza umana, dotato di conto corrente, di una casa, di una famiglia, di comodità e di agi e di svaghi, istruito e perbene e in salute, oliato psicologicamente e culturalmente al tutto perché così vuole il Moloch del Mercato e della Civiltà dei Consumi. Come ci viene a dire Herbert Marcuse nel suo “L’uomo ad una dimensione”, “la produzione e la distribuzione di massa reclamano l’individuo intero, e la psicologia industriale ha smesso da tempo di essere confinata alla fabbrica. I molteplici processi d’introiezione sembrano essersi fossilizzati in reazioni quasi meccaniche. Il risultato non è l’adattamento ma la mimesi: un’identificazione immediata dell’individuo con la sua società e, tramite questa, con la società come un tutto”.

A proposito di ciò, e ritornando alla condizione nazionale da cui siamo partiti, un intellettuale come Pierpaolo Pasolini ci viene a dire che, sì, d’accordo, questo sistema a prima vista luccicante e paradisiaco ha migliorato nettamente la vita materiale delle persone; tuttavia se il pedaggio da pagare è il totale livellamento dello scibile umano, la totale degradazione dell’uomo ad essenza defraudata della sua umanità, dalla coscienza corrotta e deturpata, allora stiamo assistendo al compimento di un “genocidio” perpetrato dal “nuovo fascismo”, da un nuovo potere solo apparentemente tollerante e civile, nella sostanza così orrendo e mostruoso e totalizzante a tal punto da farci rimpiangere quel passato lì, “l’età del pane” preindustriale dei borghi campanilistici, dei principi e dei preti, insomma quello feudale, dove si crepava per un’inezia, certo, ma almeno era a misura d’uomo.

“Tra il 1961 e il 1975 qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio. Si è distrutta culturalmente una popolazione. E si tratta precisamente di uno di quei genocidi culturali che avevano preceduto i genocidi fisici di Hitler. Se io avessi fatto un lungo viaggio, e fossi tornato dopo alcuni anni, andando in giro per la grandiosa metropoli plebea, avrei avuto l’impressione che tutti i suoi abitanti fossero stati deportati e sterminati, sostituiti, per le strade e nei lotti, da slavati, feroci, infelici fantasmi. Le SS di Hitler, appunto. I giovani, svuotati dei loro valori e dei loro modelli come del loro sangue e divenuti larvali calchi di un altro modo di essere e di concepire l’essere: quello piccolo-borghese” ( Il mio “Accattone” in TV dopo il genocidio, Corriere della Sera, 8 ottobre 1975).

E ancora: “Il Potere ha deciso che siamo tutti uguali. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa spaventosa come in questo periodo di tolleranza”. (Pierpaolo Pasolini, “Scritti Corsari”).

Le classi, man mano che l’industrializzazione procedeva propagandando mediante i mass-media il culto per il denaro e per il consumismo acefalo, sono andate scomparendo assieme agli uomini e alle donne che le abitavano. Ora sopravvive solo il borghese, piccolo o medio o alto non importa, è sempre borghese, nel cui imballaggio tutti, contadini, proletari, sotto-proletari, operai, via via hanno voluto e desiderato entrarvici di pari passo col miglioramento delle rispettive condizioni materiali. Siamo diventati tutti uguali e uguali significa omologati e incapaci di pensare altrimenti.

Questo in Italia. Ma così ovviamente in tutto il mondo globalizzato.

Pertanto “quale grande pericolo si starebbe allora avvicinando?”, si domanda Martin Heidegger nel suo saggio filosofico “l’Abbandono” che ha visto la luce quasi sessant’anni fa. Ebbene, nell’individuo d’oggi, egli scrive, “si troverebbero accoppiati l’acume intellettuale più efficace e produttivo, che è proprio dell’invenzione e della pianificazione calcolante, e la completa indifferenza verso il pensiero, la totale assenza di pensiero. E allora? Allora l’uomo avrebbe rinnegato, avrebbe gettato via il suo carattere più proprio: la sua essenza pensante. E’ necessario pertanto salvare l’essenza dell’uomo, è necessario tener desto il pensiero.”

Forse, aggiungo io, è troppo tardi.

Andrea Costanza

Essere reazionari è giusto

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In democrazia un’idea mediocre e raffazzonata ha la stessa dignità e valenza di un’altra idea magari più consapevole e più matura e più originale. Così vuole il presupposto inderogabile secondo cui, in democrazia, è giusto considerarsi uguali gli uni agli altri. Tale uguaglianza però, duole ammetterlo, si è rivelata mendace perché mutatasi via via nella sua accezione negativa, ovvero in grigia omologazione. Abbiamo spalancato le porte dell’omologazione a furia di cantare le lodi dell’uguaglianza, del suffragio universale e quindi della democrazia, “la peggiore forma di governo ad eccezione di tutte le altre” per dirla con Winston Churchill. Intanto la società occidentale ha smarrito per strada la sua identità. La sua civiltà. E si è fatta largo una subcultura strisciante di cui l’uomo-massa, l’uomo-medio,  con “l’avvento delle masse al pieno potere sociale” (Ortega Y Gasset, “La ribellione delle masse”, SE, Milano, 2001, pag. 47), ne ha preso le redini consegnandole poi alle logiche del mercato e dell’afflato consumistico e in definitiva ad un potere brutale, violento, dispotico che prende il nome di capitalismo. Ormai, come ci dice James G. Ballard nel suo romanzo “Regno a venire” (Feltrinelli, pag. 110), “è il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre”.

Quelle merci, naturalmente, siamo noi. In balia di una precarietà lavorativa ed esistenziale senza pari nella storia dell’umanità. Vite ridotte a parodie di se stesse. Cosicché le obbedienti e mansuete merci, per considerarsi tali, devono accettare e rincorrere l’idea di essere in mobilità permanente. Senza radici. Senza una patria natale per cui, da cittadini responsabili, battersi migliorandone l’aspettativa di vita.

Bisogna emigrare, emigrare, emigrare, emigrare in terre vicine e lontane, emigrare da un luogo all’altro, l’importante è inseguire le opportunità di guadagno. Obiettivo: lavorare e funzionare, funzionare e lavorare, produrre valore e reddito e rendersi appetibili e vendibili ad libitum. Una merce non può fermarsi mai e arriva a credere di essere cittadina del mondo, ovvero cittadina del nulla di cui è portatrice, cresciuta com’è a pagnotta e cultura di massa la quale nega e degrada ogni forma di cultura altra che non sia prona alle logiche del consumo e della competitività. Non avendo radici, non avendo resistenze valoriali, non avendo particolari appartenenze in seno alla comunità in cui nasce e a cui dovrebbe essere legata visceralmente, alla merce umanoide, senza identità né personalità degne di nota, non le resta che continuare a lavorare e funzionare, funzionare e lavorare, continuare a produrre valore e reddito e continuare a rendersi appetibile e vendibile. Come prima. Più di prima. Pena l’esclusione sociale ed esistenziale.

Essendo merci non è importante che abbiano un sesso ben definito e strutturato su basi biologiche. Secondo la minacciosa e imperante ideologia del genderismo, devono disfarsene. Le merci sono prima di tutto cose e come sappiamo le cose sono entità neutre e spersonalizzate. Pertanto, che farsene del sesso? Maschi? Femmine? Che farsene di categorie morte e desuete? Superiamole. Una donna può essere e definirsi un uomo. Un uomo, al contrario, una donna. Tutti possono essere quello che vogliono. Qual è il problema? Inoltre è ammessa anche una terza possibilità. Nel mondo del “dirittismo” a gogò e dei relativismi à la page è entrato in voga negli atti di nascita il famigerato “terzo sesso”, meglio detto “intersessualismo”, né donna né uomo dunque. Apritevi al magico mondo in cui tutto è permesso, persino creare in laboratorio nuovi e si spera produttivi infanti, da trattare come aggeggi prima ancora di nascere e dotati di prezzo di listino. Paghi lautamente e il nascituro ti sarà dato senza alcun problema. Che male c’è? Che cosa sono le figure della mamma e del papà se non simulacri superati e polverosi? Suvvia, andiamo avanti.

Voglio un pargoletto non usato ma nuovo di zecca da single? Non posso avere un figlio oppure non può averlo la mia compagna? Io omosessuale voglio diventare padre o madre e il mio compagno o compagna, da padre o madre, vuole condividere con me questo desiderio? Non c’è problema. Esiste la procreazione assistita. Basta pagare in una clinica specializzata. Tutto si può avere, tutto si può fare in una realtà come questa incalzata e dominata dalle tecno-scienze che si presuppongo l’obiettivo di travalicare ogni senso del limite. D’altronde che cosa sono le leggi di natura? Impedimenti burocratici. Retaggi foschi del passato. Non contano più niente. Sbarazziamocene, dicono.

Chi si definisce progressista è complice a tutto ciò. Si vuol progredire ma per andare dove? Dritti verso un burrone. Dritti verso un futuro nel quale lo sviluppo tecnologico, pervasivo e totalizzante, svilirà l’essere umano a tal punto da renderlo totalmente schiavo della macchina. Già lo è e verrà un tempo in cui sarà troppo tardi per rimediare. Come ci viene a dire Martin Heidegger, “l’uomo è sempre più strettamente assediato dal potere delle apparecchiature tecniche e delle macchine automatiche. La potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma qualsiasi di impiego incalza, trascina, avvince l’uomo di oggi – questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede” (Martin Heidegger, “L’abbandono”, il Melangolo, pag. 35).

Ecco perché credo sia giusto fermarsi e fare un passo indietro, due passi indietro o magari anche tre ripensando l’ordine esistente per non perdere ancora più terreno a vantaggio di un progresso scriteriato e disumano. Proprio per questo, essere reazionari è giusto.

Andrea Costanza

Nel regno delle merci pupazzotte

“Forse non tutti credono alla storia del diavolo a cui si può vendere l’anima, ma quelli che ci capiscono qualcosa di anima, perché quali preti, storici e artisti ne traggono buone entrate, testimoniano che essa è stata rovinata dalla matematica, e che la matematica è la fonte di un perfido raziocinio che rende, sì, l’essere umano padrone del mondo, ma anche schiavo della macchina. L’aridità d’animo, lo spaventoso miscuglio di rigore nei dettagli e di indifferenza per l’insieme, la spaventosa solitudine dell’individuo in un deserto di particolari, la sua inquietudine, la perfidia, l’inaudita aridità di cuore, la sete di denaro, la freddezza e la violenza che contraddistinguono il nostro tempo, sarebbero secondo questo punto di vista unicamente e semplicemente conseguenze dei danni recati all’anima da un pensiero rigorosamente logico!” (Robert Musil, L’uomo senza qualità).

Bah. Non sappiamo se Robert Musil abbia ragione. Che le macchine ormai dominano il mondo, mi sembra evidente. Su questo non ci piove. Ti giri e ti volti e trovi dappertutto macchine e intelligenze artificiali programmate per renderci la vita più comoda. Da semplici controllori noi siam diventati i loro controllati, loro schiavi, dal momento che senza le macchine non sapremmo come tirare avanti (chissà perché, circa la loro pericolosità, penso sempre al t9 in un cellulare: che te frega, macchina rompicoglioni dei miei stivali, se voglio scrivere una parola di cui non conosci il significato andandomela sempre a modificare?). No, non deriva da ciò la nostra perplessità. Noi, a dirla tutta, alla storia del diavolo a cui l’essere umano venderebbe solo l’anima crediamo fino a un certo punto. Noi siamo più pessimisti. Crediamo piuttosto che si sia venduto tutto, da capo a piedi, compresa quella parte dove è sempre buio, dove l’alba non sorge mai. Tra l’altro pare che al suo popò non faccia male. Infatti non sentiamo tracce di gemiti. Tracce di urla di dolore. Chi ne detiene il controllo forse si è dato alla macchia. Forse si è perso. Forse si è dissolto nel nulla. Al suo posto è entrata in scena una strana creatura dalla vaga apparenza umanoide. Parliamo della merce pupazzotta.

Chi è la merce pupazzotta?

Eh. Bella domanda.

Pare che sia brava coi numeri. Brava a far calcoli, in quanto al posto del cervello ha una partita doppia che usa principalmente per fottere gli altri. Che me frega, pensa lei, del mio prossimo se poi non ne ricavo nulla di utile? Esisto solo io e nulla più. E poi: che me frega di imparare per il semplice gusto di imparare? Che me frega di acculturarmi, di conoscere fatti e concetti e cose se queste cose poi non le metto al servizio dei miei scopi e della mia razionalità strumentale? Io so solo contare, pensa ancora lei. E conto. E conto. E conto. Per me tutto è numero. Tutti sono dei numeri. Nel frattempo provo a convincere me stessa e gli altri di avere altre qualità. Quelle che mi servono. Quelle che mi vengono richieste. Quelle che vanno per la maggiore. Come? Impegnandomi con grande enfasi, poiché sono una merce pupazzotta appunto, a promuovere la mia esteriorità e il mio intimo. L’importante è far finta di averle, quelle cazzo di qualità. Quello che conta è esserci ed esserci significa apparire. L’essere? L’essenza? Lo spirito? L’interiorità? Se tutto ciò non viene mostrato, non va bene. Se non viene strumentalizzato per secondi e terzi e quarti fini, non va bene. E poi, diciamoci la verità: che me frega dell’essere, dell’essenza, dello spirito, dell’interiorità. Liquidiamo tutto. Naturalmente con indennizzo. Parte l’asta. Scocca il gong. Vai. Chi offre di più?

Bisogna dire che le giovani generazioni sono particolarmente brave e attrezzate nel pubblicizzarsi come una marca di surgelati, cullati sin dalla nascita da un serial-killer, ovvero il narcisismo, travestito però da rassicurante balia (facebook, twitter, instagram: vi dicono niente?). Infatti sono andate, le giovani generazioni. Nel senso del vuoto che avanza, non per altro. Per la merce pupazzotta le luci dei riflettori sono un po’ come gli spinaci per Braccio di Ferro: per sentirsi forte, senza non può stare. Bisogna capirla. Vuol farsi desiderare e apprezzare ed elogiare spacciando il proprio “know-how” (l’ennesimo inglesismo particolarmente in voga nel mondo d’oggi) come oro colato benché si tratti spesso di piscio o poco più. Remore morali? Remore etiche? Aridaje: tutto liquidato. Il pudore? Pudore? E cos’è il pudore? Mai sentita questa parola dal momento che è stata debellata dal senso comune del mondo delle merci pupazzotte.

“Soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione dell’intimo, perché in una società consumistica, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento dei giovani, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, come le merci, il mondo è diventato una mostra, un’esposizione pubblica che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro.” (Umberto Galimberti, L’ospite inquietante).

Il rischio è quello di far incazzare Platone. Eh sì. Se s’incazza lui, sono chezzi emeri. Qualcuno potrebbe obiettare: e chi lo conosce, ‘sto Platone. Chi è il tuo vicino di casa? Chi è, il fratello maggiore di Pluto, il cagnolino della Disney? Chi è, il pianeta gemello di Plutone? Chi è il figlio di Pasqualino u zozzone? Non sappiamo chi sia o magari ne abbiamo solo una vaga idea. Noi merci pupazzotte intanto sappiamo che è importante sapere parlar bene. Saper rapportarsi bene. Ma per fare che cosa? Aridaje: il fine è quello di convincere il mio acquirente a farmi comprare. Un po’ come facevano i retori e i sofisti nell’antica Grecia, figure che appunto Platone disprezzava. Costoro, diceva lui, sono nient’altro che

“maestri d’illusione che, invece del vero, presentano agli uomini finzioni e simulacri facendoli passare per realtà” (Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima).

Oggi più che mai, il castello del mondo è popolato da bugie e finzioni. Da scafati venditori di pentole. Da bluff. Va da sé che la politica, essendo la complanare di quel castello, farà sempre più schifo. Cito dal saggio di Aldous Huxley “Il Ritorno al Mondo Nuovo”. Occhio: datato 1959.

“Principi politici e programmi concreti hanno ormai perso gran parte della loro importanza. Contano davvero solo due cose: la personalità del candidato e la maniera in cui la sanno proiettare gli esperti della pubblicità. Il candidato deve essere bello, in qualche modo, o virile o paterno. Deve saper intrattenere il pubblico senza annoiarlo. Il pubblico, avvezzo alla televisione e alla radio, vuole lasciarsi distrarre, e non ama che gli si chieda di concentrarsi, di compiere una lunga fatica intellettuale. Perciò i discorsi del candidato attore devono essere brevi e scattanti. I grandi problemi del momento debbono esser liquidati in cinque minuti al massimo […] La natura dell’oratoria è tale che fra i politici e i chierici c’è sempre stata la tendenza a semplificare le questioni complicate. Dalla tribuna o dal pulpito anche al più coscienzioso degli oratori è difficile dire tutta la verità. I metodi che si usano oggi per vendere il candidato politico, come se fosse un deodorante, danno all’elettorato questa garanzia: egli non sentirà mai dire la verità, su niente.” (Aldous Huxley, Il mondo nuovo/Ritorno al mondo nuovo).

Andrea Costanza

Quando la vita diventa schifosa per colpa del lavoro

Andiamo a vedere il significato della parola “lavoro”. Faccio copia e incolla dal dizionario di Google. Il lavoro, cito, è “l’applicazione di una energia (umana, animale o meccanica) al conseguimento di un fine determinato”. Non fa una piega. In base a questa definizione, a meno che l’essere umano non sia una mucca o un rullo compressore, suonare uno strumento musicale, ad esempio, è l’applicazione di una energia umana e quindi un lavoro. Scrivere una poesia è un lavoro. Dipingere è un lavoro. Cucinare è un lavoro. Costruire una sedia per poi colorarla è un lavoro. Leggere un libro e capire ciò che c’è scritto è un lavoro. Posso continuare all’infinito. Il lavoro quindi come attività libera con cui poter esprimere doti e propensioni e bisogni propri dell’essere umano. Il lavoro però diventa altro se io, accanto al sostantivo “attività”, tolgo l’aggettivo “libera” per sostituirlo con un altro. Magari con “coercitiva”. In tal caso non decido io come, quando, per quale motivo e in che misura lavorare. Ogni lavoro è buono purché sia un lavoro di cui probabilmente non mi fregherà niente. Faccio quel lavoro lì perché sono costretto a farlo. Perché in cambio devo ottenere un salario. E’ il salario che comanda, non più io. E siccome io con quel salario ci devo campare, è lui che decide come, quando, per quale motivo e in che misura io devo lavorare.

Risultato: non sono più libero.

La storia parla chiaro. Solo i pirla sin dalla notte dei tempi hanno dovuto fare i conti con questo tipo di lavoro spogliato di quell’aggettivo cardine che è “libero”. Gli spiriti eminenti hanno potuto essere tali se non altro perché, essendo gente facoltosa che viveva di rendita, per intenderci gli aristocratici e i signori, avevano il tempo dalla loro non lavorando mai; quest’ultimi sapevano bene, non essendo appunto dei pirla, che

“il lavoro duro e assiduo istupidisce, abbrutisce e rende impersonali” (Emil Cioran, Al culmine della disperazione, pag. 119-120).

Prima c’erano gli schiavi e i servi della gleba. Ora i cosiddetti lavoratori. Oggi doppiamente pirla perché convinti che il lavoro sia un valore, sia la massima espressione dell’emancipazione umana. Ma come si può considerarlo tale se, per dirla con San Paolo, è solo uno “spiacevole sudore della fronte”? Uno deve essere proprio un coglione per farselo piacere quel sudore lì. Oddio, magari mi può anche piacere. Ma ciò vale come per il sesso: un conto è scoparsi una donzella, sudandoci sopra, per 10. 20. Massimo, quando ci si sente belli arzilli come bisonti inferociti, 30 minuti. Il sesso in questo caso è piacevole. Ma qualora diventassero non dieci minuti ma ore ininterrotte e a cadenza giornaliera in cambio della pagnotta, il piacere diventerebbe una tortura orrenda. O no?

Nel profetico romanzo fantascientifico di Aldous Huxley, “Il Mondo Nuovo”, c’è un passaggio evocativo a forma di dialogo che fa da sfondo ad un’esistenza vergognosamente barbara cui la stragrande maggioranza delle persone è abituata a condurre. Tale scambio di vedute ha come protagonisti, da una parte, il governatore Mustafà Mond, quintessenza del potere costituito, e dall’altra un uomo chiamato Selvaggio, per via della sua predisposizione a non adattarsi al funzionamento della società di quel mondo. Leggiamo un po’ cosa si dicono.

«La popolazione ottima» disse ancora Mustafà Mond «è modellata come un “iceberg”; otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra.» «E sono felici sotto la linea d’acqua?» «Più felici che sopra. Più felici di questi vostri amici, per esempio.» E li accennò. «Nonostante il loro lavoro ingrato?» «Ingrato? Essi non lo trovano tale. Al contrario, lo amano […] Naturalmente» aggiunse «potrebbero chiedere qualche ora di meno. E naturalmente noi potremmo concedere loro qualche ora di meno. Tecnicamente sarebbe la cosa più semplice del mondo ridurre tutte le caste inferiori a lavorare tre o quattro ore al giorno. Ma sarebbero più felici per questo? No, non lo sarebbero. L’esperimento è stato tentato più di centocinquant’anni fa. Tutta l’Irlanda fu messa alla giornata di quattro ore. Quale fu il risultato? Dei torbidi e un largo incremento nel consumo del “soma”: ecco tutto. Quelle tre ore e mezzo di riposo extra furono così lontane dall’esser fonte di felicità, che la gente si vide costretta ad andarsene in vacanza per sfuggirle. (Aldous Huxley, Il mondo nuovo/Ritorno al mondo nuovo, pag. 182-183).

Il soma nel romanzo è una droga, una sorta di allucinogeno, che gli abitanti consumano per sfuggire alla vacuità delle loro vite. A pensarci bene quel mondo non è tanto dissimile dal nostro, nel quale si vive nell’ottica e per l’ottica del lavoro, dove i lavoratori e aspiranti tali, ridotti chi prima e chi dopo a criceti rinchiusi nelle rispettive gabbiette, sono convinti di essere toccati dalla dea bendata solo per il fatto di ansimare fino a schiattare. Intanto il tempo, per noi e per i nostri affetti, ci è negato e qualora ci fosse non sapremmo come impiegarlo. Vedasi ad esempio la domenica pomeriggio: non passa mai e non si sa che cazzo fare.

Andrea Costanza

 

Occhio all’Islam radicale e ai finti buoni

Notizia di oggi. Un ragazzo del Gambia, 21 anni, che peraltro aveva chiesto asilo politico, è stato arrestato a Napoli il 20 aprile scorso perché era in procinto di commettere un atto terroristico di matrice islamica. Qui, in Italia. La polizia ha trovato un suo video nel quale giurava fedeltà all’Isis. Ormai casi del genere traboccano. A fine marzo un giovane italiano (italiano!) di origini marocchine è stato arrestato a Torino per lo stesso motivo. A Cuneo un altro italo-marocchino (italo!) è finito dentro e a Trieste un tipaccio italo-algerino (italo!) è stato beccato mentre reclutava su internet persone affascinate dal jihadismo, per poi indottrinarle attraverso comunicati e materiale video. A Foggia si è scoperta una moschea clandestina dove bambini e bambine venivano instradati alla barbarie, ai quali veniva promesso “il paradiso” in cambio della lotta contro i miscredenti. Cioè noi. In Europa e in Italia continuiamo a sottovalutare un pericolo spacciato per sciocchezzuola. Ovvero l’Islam intollerante e fondamentalista. Tale minaccia è ancora più pressante se messa in correlazione col fenomeno dell’immigrazione incontrollata, mediante la quale nel territorio italiano e dunque europeo entrano anche un bel gruppetto di malintenzionati. Persino il ministro dell’interno, Marco Minniti, in un evento pubblico di quasi un annetto fa ha ammesso tale rischio dopo averlo negato per tanto tempo.

E la sinistra che fa? Dorme. Ad andar bene, sminuisce. Crede che gli esaltati, e i potenziali tali, vadano rabboniti facendoli sentire a proprio agio, trasmigrando qui la loro cultura senza colpo ferire. Col rischio che gli autoctoni si sentano come forestieri in casa loro e viceversa gli ospiti facciano il buono e il cattivo tempo infiascandosene di quali sono le regole del vivere civile e comune. Anzi, già che stiamo, pensiamo anche di regalar loro a mo’ di carta fedeltà, in voga negli ipermercati, la cittadinanza italiana attraverso lo ius soli. Obiettivo: riempire la stiva italica di potenziali creature immonde e pericolose, ovvero di indottrinati islamisti e di aspiranti tali. Per non parlare del rischio di ritrovarci in futuro, che già si è fatto presente secondo le cronache, italiani di seconda e terza generazione introdotti sin da piccini al fondamentalismo. Costoro molto presto possono renderci la vita un inferno inquinando ancor di più il tessuto sociale e minacciando l’incolumità dei concittadini.

Poche settimane fa in Francia 100 intellettuali di varia estrazione culturale hanno pubblicato un appello sul quotidiano le Figaro sotto forma di grido esasperato. “Contre le separatisme islamiste”, contro il separatismo islamista, cita il titolo. Eccone uno stralcio: “Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vuole apparire benigno ma in realtà è l’arma di conquista politica e culturale dell’islamismo. L’islamismo vuole la separazione perché rifiuta gli altri, compresi i musulmani che non condividono le sue idee. L’islamismo detesta la sovranità democratica perché questa gli nega ogni legittimità. L’islamismo si sente umiliato quando non domina”. Andatevelo a leggere per intero sul sito di “Micromega”. Quasi nessuno ne ha parlato.

La verità è che il multiculturalismo si sta rivelando in Europa una chimera. Un’illusione. Inutile negarlo: nel territorio europeo ci sono persone che, sposando una religione, in questo caso l’Islam, intendono trincerarsi nel rispettivo ghetto per poi fregarsene delle più elementari regole di convivenza civile poiché queste, ovvero le nostre, non assecondano le loro, quelle del Corano, le uniche ad essere accettate. Assurdo. Ciò perché hanno ancora un’idea teocratica e non secolarizzata del mondo, in cui le leggi e il potere politico e costumi di un popolo devono sottostare ai desiderata di un Dio. Nel medioevo anche qui in Occidente era così. La religione cristiana pretendeva di controllare e dettar legge sull’intero scibile umano. Solo che noi col tempo abbiamo saputo, con l’avvento dell’illuminismo, distinguere quello che va compreso nella sfera religiosa differenziandolo e separandolo con le regole, belle o brutte, proprie dello stato di diritto. Il mondo islamico non ci è ancora arrivato. Quindi, occhio.

Andrea Costanza