Scrivere: perché?

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Come avrete notato, mi sto prendendo un periodo di pausa da questo blog. Non riesco più a scrivere. Ho un blocco. Queste quattro parole in croce che sto mettendo assieme per farne un discorso, si spera sensato, sono solo il risultato di un faticoso compromesso con me medesimo. Sembra brutto mollare un blog di cui hai voluto la genesi, è da molto che non scrivi e allora cazzo scrivi qualcosa, mi son detto.

La verità è che la mia testa è vuota e indolente. E’ come se non avessi più nulla da dirmi e da dirvi. Ora come ora mi disgusta dar seguito a riflessioni su ciò che vedo e sento, sotto forma di racconti o articoli più o meno seriosi. Tuttavia sono convinto che tale digiuno creativo è passeggero e presto si tramuterà nuovamente in bisogno irrinunciabile a causa del mio masochismo. Anche il mio masochismo è in letargo, si sta prendendo una pausa.

Pensateci, però: cosa c’è di più avvilente che tentare di oggettivare, mediante la scrittura, lo squallore della realtà, lo squallore della vita quotidiana? Non basta doverla sopportare? Perché rimestare con le lettere e le parole nel letame? Non l’ho ancora capito. E poi: a che serve? A quale scopo? La scrittura, in fondo, è un’attività come un’altra. Sopravvalutata. Sopravvalutata come l’opinione che l’umanità ha di sé stessa. Qui è tutto uno specchiarsi, è tutto un celebrare il rispettivo ombelico, è tutto un gioco di pose e presunzioni collaterali di cui non riusciamo a fare a meno. Il perché, forse peccando di presunzione, penso di averlo capito. E’ solo che non mi va di scriverlo.

Andrea Costanza

Buon compleanno, Michael Jackson

Ricordo che il mio amore verso la musica di Michael Jackson era irrefrenabile. Quasi ossessivo. Potevo rimanere ore e ore ad ascoltare le sue canzoni, a vedere i suoi concerti cosi strabilianti, specie quelli degli anni Ottanta, da farmi credere di avere a che fare con un Dio, col Dio della musica nell’atto stesso di personificare, magnetico com’era nel suo modo originalissimo di calcare il palcoscenico, il ballo e il canto in un’unica e potentissima spirale d’energia. Proprio per tal motivo l’aurea artistica di Michael Jackson viene associata alle canzoni più ritmiche e alle sue hits commerciali come “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” , “Thriller”, “Billie Jean” , “Beat It” , “Bad” , “Smooth Criminal” , “Black or White” e non invece alle sue canzoni lente da ascoltare anziché da ballare, alle sue “ballads” nelle quali la sua voce da usignolo viene accompagnata da melodie più soavi e posate. Canzoni come “Little Susie”, “Speechless”, “Smile”, “Ben”, “She’s Out of My life”, “Gone to Soon” sono delle vere e proprie perle di cui purtroppo il grande pubblico non ha la benché minima cognizione. Per il grande pubblico, Michael Jackson è tutto ciò che ne ha caratterizzato la sua fortuna, ovvero i suoi cliché, i mocassini, i calzini bianchi, le sue mosse di ballo, il ‘moonwalk’, le piroette.

Mai un artista è riuscito a incutere in me così tanta ardente passione come Michael Jackson. Ricordo che i miei amici mi prendevano in giro. Dichiararsi fan di Michael, e parliamo di inizi anni duemila, ovvero quando la sua popolarità era ai minimi storici, era un po’ come menarsi una mazzata sugli zebedei. Michael era assai impopolare in quel periodo, veniva deriso, oltraggiato costantemente e giornalmente a causa dei suoi problemi con la giustizia, a causa del suo aspetto fisico, a causa del suo presunto declino artistico. Ricordo che la gente sul suo conto fu veramente crudele. La gente, quando lo è, dico crudele, riesce a dare il peggio di sé nei riguardi di chi si trova in ginocchio. Più si è in difficoltà e più la gente mena forte e col gusto di menare. Il comportamento di chi infierisce sugli inermi è tipico del gregge, del gregge meschino che bela, bela sempre e non sa fare altro che belare. In quel momento, Michael era molto debole e vulnerabile, era uno dei bersagli prediletti da ostracizzare e da condannare a priori. Di fronte al mondo intero riuscì a dimostrare nel 2005 la sua innocenza rispetto alle gravissime accuse di pedofilia intentategli. Tuttavia, ciò non bastò per levarsi di dosso quell’alone di sospetto che lo accompagnò per il resto dei suo ultimi giorni. E però arrivò il giorno in cui tutti quelli che lo avevano ignorato e odiato improvvisamente si convertirono sulla via di Damasco. Michael Jackson morì il 25 Giugno 2009 e da quel momento in poi il gregge, che aveva fino a un istante prima contribuito a dargli il colpo di grazia, si sentì in diritto e in dovere di continuare a belare cambiando semplicemente casacca; prima si era “contro”, ora “pro” qualcuno, e in quel caso Michael Jackson, morendo, si era fatto la fama di redivivo al cospetto delle masse. L’ennesima glorificazione post mortem andava a tutto spiano. Tutti divennero fans di Michael Jackson. Tutti ascoltavano le sue canzoni. Tutti elogiavano la sua arte e, manco a dirlo, anche la sua persona. Tributi roboanti a destra e a manca si consumavano in giro per le strade e nei locali e nelle discoteche. Per tutti, era (ri)diventato il Re.

Col senno del poi, riconosco che la morte di Michael Jackson procurò in me un trauma. In quel periodo ovviamente non seppi riconoscerlo come tale. Pertanto da quel giorno, lo ammetto, del tutto spontaneamente, cancellai man mano Michael Jackson dal mio orizzonte. Smisi di ascoltare la sua musica. Smisi di guardare i suoi concerti. All’inizio non me ne facevo una ragione. Poi mi rassegnai. Fino a poco tempo fa, il solo avvertire la presenza di una sua canzone in radio bastava per convincermi di dover cambiare frequenza. Fino a poco tempo fa, la sua sola presenza in tivù procurava in me assoluta indifferenza. Fino a poco tempo fa, quando mi capitava di guardare la mia collezione di cd e vinili e memorabilia, lì sulla teca, nutrivo un senso anche qui di indifferenza ma anche, come dire, di estraneità. Mi domandavo: a chi appartiene quella roba lì tutta impolverata? A me? No, non può essere.

Solo recentemente ho ricominciato a riconnettermi con Michael Jackson e la sua musica. È come se il dolore atroce procurato da quel trauma, dopo quasi dieci anni, si sia cicatrizzato. Ora capisco: mi ci è voluto tutto questo tempo per somatizzare il lutto di un artista, di un amico che mi ha fatto compagnia con la sua arte e a cui devo, appunto, molto.

Oggi, 29 Agosto, sarebbe stato il suo compleanno. Avrebbe compiuto sessant’anni.

Auguri, Michael.

Andrea Costanza

Le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta

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Anche i cerimoniali che ruotano attorno al conseguimento della laurea ci connettono, nella debita misura, con l’antropologia di un popolo. I retaggi del nostro passato si sedimentano, ci perseguitano e si perpetuano. Provengono da lontano, da quel retroterra contadino per secoli e secoli vessato, affamato, assoggettato alle angherie dei Signori e dei Principi, degli Innominati e dei Don Rodrigo di turno con la pancia piena e col mento all’insù, ossessionati dal blasone delle onorificenze, ottenebrati dalla boriosità e dall’arroganza di si chi crede intoccabile. Come direbbe il Marchese del Grillo, presente nell’omonimo film di Monicelli, riferendosi ad una banda di poveracci: “Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo”.

Quel popolo minuto costantemente oppresso, in cerca di emancipazione e riscatto da appagare adottando gli stessi canoni valutativi dei loro oppressori, con la speranza di scalzarli dalle redini del cavallo, siamo noi. Al tempo dei nostri genitori e dei nostri nonni fino ad andare ancora più giù negli scantinati della storia, nei paesini di campagna ma non solo, chi si laureava veniva imbellettato di tutto punto e issato sulla punta del proscenio proprio come se fosse una madonna da esibire in processione. Auguri, baci, congratulazioni a destra e a sinistra al dottore, alla dottoressa, a queste mosche bianche, bianchissime, bianchissimissime perdio!, che si doteranno nella vita professionale e sociale di colletti lindi e tanto profumati.

Non come noi, pensavano i nostri cari, e i cari dei loro cari, e i cari dei cari dei loro cari, che le uniche mosche che conosciamo sono quelle che gironzolano attorno alla merda di cavallo e maiale, e anche di vacca. Non come noi, pensavano ancora, che ci detestiamo, ci facciamo schifo solo a guardarci: noi, contadinotti straccioni, poveri disgraziati costretti a piegarci come giunchi e a morire di fatica nei campi e nelle fabbriche, puzzolenti come siamo di sudore e terra messi assieme. I nostri figli, i nostri nipoti dovranno avere più fortuna di noi. Dovranno avere fame, dovranno preoccuparsi di svettare e sgomitare: ad ogni costo. Dovranno arrampicarsi più in alto possibile e scalare la vetta. Si creeranno una famiglia, com’è giusto che sia, dopodiché troveranno un lavoro che possa garantire quattrini e prestigio sociale. E dovranno nutrire stima, talmente tanta di quella stima in loro stessi che dovranno gonfiarsi, pomparsi, gonfiarsi, pomparsi di continuo, proprio come un tacchino in procinto di esplodere. Almeno, pensavano, verranno salutati e trattati con rispetto da chicchessia e non dovranno piegare il capo come facciamo noi quando dobbiamo rivolgerci al Commendatore, al Notaio, al Professore, al Giudice, al Padrone, che parlano, mangiano, vestono, comprano come Dio comanda. Se esisti devi apparire, figlio mio, a mammà, a papà, a zia, a nonna, e se non appari, aridaje, non sei un cazzo. Ricordatelo.

Le sedute di laurea. La pletora di parenti e amici vestita di tutto punto e pronta a godere del “magico” momento della proclamazione. La presentazione mnemonica della tesi del laureando di fronte alla commissione. La dichiaro “dottore/dottoressa” in tali e tali. Alè. Gli applausi scroscianti. Le strette di mano. Gli occhioni lucidi. Il completino elegantino. Il selfie qui. Il selfie lì. Le pose. Il fotografo ufficiale. I fiorellini. La coroncina. La bomboniera. La pergamena. La festa megagalattica dove se magna a quattro ganasce, in fondo, per esorcizzare quel passato ignominioso, appunto, fatto di povertà e miseria, di sangue e merda.

Riti. Riti stanchi attorno ai quali gli uomini e le donne e naturalmente anche le nuove generazioni palesano, trascinandosi altrettanto stanchi e pesanti come macigni, la propria insignificanza. In un mondo tanto superficiale quanto miserabile, dove si viene riconosciuti e giudicati dalle apparenze, ecco, l’ottenimento della laurea continua ad essere uno di quei traguardi che contribuiscono a riempire di stemmi e galloni e gradi il rispettivo doppiopetto (piccolo) borghese; tutti ne hanno uno dal momento che lo siamo tutti, (piccolo) borghesi. E in fatto di stemmi e galloni e gradi, fondamentale è esibirli truccandone il valore. Ovviamente al rialzo.

Ebbene, ritornando alle lauree, c’è da dire che il loro numero si è parecchio inflazionato. Il loro valore, appannato. Risultato: le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta.

Andrea Costanza

Straniamento

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Il cielo azzurro.
Le nuvole lontane.
Guardo loro, non loro me.
Non si stancano mai.
Non s’annoiano mai.
Vagano sballottate dal vento.
Come viandanti senza coscienza.
Ne invidio la leggerezza.
Quella dell’essere che mi tormenta.
La bramo e non riesco ad acciuffarla.
Per non essere niente.
E purtroppo vago anch’io e mi ritrovo quaggiù.
Tra gli ombrelloni.
Le sedie a sdraio colorate.
I lettini assiepati in fila come quadrate legioni.
Con su corpi immobili.
Con su corpi che sembrano morti.
Arsi non dal sole che brucia.
Arsi dalla miseria di queste vite tiepide.
Gravide di carogne.
Sapide di omissioni e intrise di menzogne.
I bambini ne prenderanno in consegna le gambe lunghissime.
Per far delle loro vite un inenarrabile scempio.
Nell’ultima spiaggia dell’esistenza.

Il mare.
L’acqua ondeggia.
Mi bagna i piedi.
Una piacevole sensazione.
Aumenta.
Persiste.
L’inquietudine avanza sibillina.
Cresce come la sete nella bocca impastata.
Poi mi puntella la pelle.
Il viso.
La carne.
Mi fa male.
Un’alterazione.
Il piacere si attenua.
Si assopisce.
Si normalizza
Si degrada.
Si fa piatto come il mare.
Come l’amore.
Come il tempo.
Come tutto.
Tutto inizia.
Tutto si evolve.
Tutto ha una fine.
Ne intuisco il principio e l’insensatezza di fondo.
Intuisco e mi maledico.

L’appiccicaticcio dell’afa.
L’appiccicaticcio del sudore.
La puzza del sudore.
La puzza della folla.
Lo sporco ti rimane dentro.
Non sai come togliertelo.
La folla.
Si raccoglie in massa.
Ha sempre ragione.
Non nutre dubbi.
Distrugge col sorriso.
Con il rispetto dovuto.
Parla.
La folla.
Non si stanca mai di parlare.
Non sa che dire.
Provi a non ascoltare.
Non vuoi ascoltare.
Però ascolti e provi a interloquire.
Non sai che dire.
Provi ad abituarti.
Provi a conviverci.
Non ce la fai.
Allora che fare?
Dove andare?
Provi a fuggire.
Provi a cambiare collocamento.
In un mondo in disfacimento.
Speri nell’allucinazione.
Tarda ad arrivare.
Non ti resta che aspettare.
La folla.
Ti raggiunge ovunque tu vada.
Vorresti piangere.
Vorresti vomitare.
L’appiccicaticcio.
Lo sporco.
Aumenta.
Sei strano.
Sei stordito.
Sei folla.

Andrea Costanza

Un killer annoiato

Photo by Craig Whitehead on Unsplash

-Vuoi na biir?
-Ie ghiacciat?
-Mmmh…
-Allor biiivvatil tu.
-Noon la vogh’ ji.
-Quando devi fare il servizio?
-Mo. Staser.
-Staser?
-E sì. U so peeednat. Nu mes e so capiit ‘u personagg.
-E c personaggg ie?
-Vuoi sentire na stò?
-Dì.
-Cus si pigh ogni venerdì la pizza a domicì. Fiss. E in poche parole cus se la pigh a la diavl. Sempre a la diavl. Semp. Ogni venerdì. Fiss fiss fiss. T renn cuunt?
-E qualiè u problem scuus?
-Qualiè u problem?
-Eh.
-Franchì. Parliamoci chiaro.
-Parl.
-Le abitudini uccidono. Non vanno bene, le abitù. Ti connettono con la noia. E la noia ti connette con la morte. M so spiegà?
-Uagliò vatt a fa na cammnat, va.
-Vid che è com dig jji.
-Tu si nu caricacchiachr.
-Ah ah.
-Tu si brav a fa du cos: a sparà e a dic chiacchr.
-E semb na cos fasc! Moooo e ci eeeeee! E caaaang! Pight ‘na principess, ‘na capriccios, ‘na ‘na ‘na baresan, ‘na fungh e salzizz, ma pure ‘na crudaiò, e che cazz., e po sopa tant dììì e semb u venerdì! E cang la dììì! La domè, u sabt, u martedì, e che caaaazz! E po semp la pizz! E caaaaang! Mangt n’alda cos! Non si scocc a mang sempp la pizz?
-Tu fasc sti cazz di ragionament che ogn volt non ti capisco. Cud s vol mangià la pizz c la salzzizz pccant u venerdì. Meh? A te c t n freecc?
-Vid che è com dig jji, Franchì.
-E va beine, iè come dic tu.
-Tu tiin prop la cap di chiumm.
-E ttù si nu filosf sciacquallattug.
-Ah ah ah. Mannegh a Franchin, mannegh. E tua moglie come sta?
-Bene.
-E tua figlia?
-Bene.
-Meh benedeet Iddì. E u bassott?
-Pur.
-Meh e meno mal.
-Chudd è l’importand. La saaalut.
-Bra. A propò, com si chiam u bassott?
-Bassotto.
-Eh. Coom s chiam?
-Bassotto.
-So capit e u nom?
-Bassott.
-U nom! Nonn la razz!
-Baasssottt!
-Scus… u bassot si chiam Bassott?
-Siiinn. Bassotto.
-Bassottt u bassott?
-Siiiiiiiin!
-Maaaaadooona me! C fantasssì! Mooooooo!
-Mia mogl a stat. Mia figlia: “Come lo chiemiemo?”, “come lo chiemiemo?”, “come lo chiemiemo?”. Mia mogl: “Chiamiemolo Bassotto”.
-Sop atanta cazz di noom proppp Bassoott au bassooot! Maaamma mèè! E c cooss iè!
-Cheeed è mia mogl. Cheed fasc l megggh puttanaaaat.
-Mamma me e che noiaaa! Ccccazz d cos propr…!
-Comunque oh … pur tu sta assiduat.
-Jji?
-Eh. Tveeedg beeell pacciocchin pacciocchin.
-Vaattin va, allò non s capit nuud.
-Cià siccisss?
-M soo ruut u cazz, Franchì.
-T siii ruuut u cazz? C signific?
-M sooo rutt u cazz.
-E so caapit ma di c cooos?
-Di tutt.
-Di tutt? C signifc d tutt?
-Franchì. T a dic na cos.
-Dì.
-Dopo chessa fatic, non n vogh chiù sapè. Vado in pensione.
-In penzion? Tu?
-Hai capito bravo.
-M sta pigh alla kigghion ammà?
-No.
-Tu in penzion?
-Eh.
-Ta ritir? Tu? Tu ta ritir?
-Hai capito bravo.
-E chi ti sostituisce a te?
-Trovatevene un altro.
-Vuè n’aument?
-Nouun.
-Quand vuè di chiuu?
-Nuuud.
-E qualiièè u problem?
-Tu so dit, Franchì.
-T si ruuut u cazz?
-N mangozz chiù. L paaalll taaaant sooo!
-E vabbè e lo fai bene, il lavoro tuo.
-Non più come prima. Mi soo ruut u cazz.
-Ah ah ah.
-Rid rid, rid mbacc a chuss.
-Oh statt attiiint, viid che apppen u saap u Squal t romp u pallon. T vol trop ben a te. Tu si u megh.
-Cuuu Squal me la vedgh iij.
-Va beine. Oh chess ièè la pistol. Auuand.
-Famm vdè.
-…
-Moooh ufffff! Semb cheees iè…! Madooon!
-Oh! La 7 e 65. Non ti piàà?
-Moooh e semp la solit pistol iè! E caaaang puuuuur tuuuuu! Senza faaaantasìì prop!
-Oh, m raccomann: a chuud u Squal, u vool prop sottateer.
-Ma s pot sapè pecché u vol accid?
-Tu fatt l cazz tu.
-Va bu.
-Meee mo me nvogh. Famm sappèè.
-Statt buun.
-Cià.

La porta sbatte.
Sbatte come ha sempre sbattuto.
Lui la fissa.
La fissa ancora.
Cerca di guardarla diversamente.
Non ci riesce.
Per l’ennesima volta, la porta quella è e quella rimane.
Anche la sua sedia a dondolo quella è e quella rimane.
La fissa.
La fissa ancora.
Per l’ennesima volta, ci è seduto sopra.
Per l’ennesima volta, la sedia a dondolo dondola e scricchiola.
Lui cerca di guardarla diversamente
Prova a dondolare diversamente.
Non ci riesce.
Si alza.
Prova ad alzarsi diversamente.
Niente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
Sbuffa.
Prova a sbuffare diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
Va in bagno.
Lo raggiunge.
Prima di raggiungerlo deve camminare.
Prova a camminare diversamente.
Niente.
Non ci riesce.
Si mette a pisciare.
Prima però esce fuori l’uccello.
Per l’ennesima volta, è sempre lo stesso uccello.
Non se lo ricorda diversamente.
Piscia.
Per l’ennesima volta, la piscia esce.
Esce come ha sempre fatto, la piscia.
Cerca di pisciare diversamente.
Non ci riesce.
Poi se lo rimette dentro, l’uccello.
Se lo rimette come ha sempre fatto dopo aver fatto la piscia.
Per l’ennesima volta.
Poi si lava le mani.
Prova a lavarsele diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
Ricomincia a camminare.
Non diversamente da come ha camminato prima e da come ha sempre camminato.
Va in cucina.
Apre il frigorifero.
Prova a guardarlo diversamente.
Prova ad aprirlo diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
Vede quello che c’è.
Per l’ennesima volta, ha fame.
Ci sono sempre le stesse cose, nel frigorifero.
Che cosa scegliere fra quelle cose da mangiare?
Si ricorda che, per l’ennesima volta, sta a dieta.
Si ricorda di non scegliere.
Ricordandosi di non scegliere, cerca di ricordare diversamente da come ha sempre ricordato.
Niente.
Non ci riesce.
Chiude il frigorifero.
Cerca di chiuderlo diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
Lui sbuffa.
Prova a sbuffare diversamente.
Per l’ennesima volta, dopo l’ennesima volta, non ci riesce.
Prende le scarpe.
Le indossa dopo aver indossato i calzini.
Cerca di indossare i calzini e le scarpe.
Diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.
I pantaloni.
Li ha addosso.
Se non li avesse avuti addosso, avrebbe dovuto indossarli nella medesima maniera di come li ha sempre indossati.
Indossa la sua giacca nera.
Prende la pistola.
Le osserva non diversamente da come le ha sempre osservate.
Per l’ennesima volta, è tardi.
Per l’ennesima volta, lui si deve sbrigare.
Prende il suo panama.
Indossa i suoi occhiali.
Guarda l’orologio appeso al muro.
Prova a fare tardi diversamente.
Prova a sbrigarsi diversamente.
Per l’ennesima volta, non ci riesce.

Andrea Costanza

Vengo in pace e sono la pace

Photo by Alice Donovan Rouse on Unsplash

-Oggi ho proprio voglia di compiere una buona azione.
-Ma ne compi ogni giorno, di buone azioni.
-Mai accontentarsi. Oggi è un altro giorno. Oggi è una bellissima giornata.
-Questo è anche vero.
-Sono una persona buona. Me lo ripeti anche tu, per cortesia?
-Sei una persona buona.
-Bravo.
-Hai messo tutto nel borsone?
-Tutto. Tranquillo. Sai cosa?
-Cosa?
-Ho tanto amore da dare. Amo senza riserve.
-Lo so.
-Ed è giusto amare tutti. Bisogna amare tutti.
-Hai perfettamente ragione.
-E tu mi ami?
-Non sai quanto.

Si guarda allo specchietto retrovisore e parla.
Il caldo è atroce.
Il sole picchia forte.
Il manto stradale dà la sensazione di liquefarsi.
Su di esso ruote incandescenti e solitarie che procedono lente.
Girano a sinistra.
Poi a destra.
Poi ancora dritto per ottocento metri scarsi.
Si fermano davanti ad un’inferriata chiusa al traffico.
Il finestrino dell’auto s’abbassa.
Il finestrino del gabbiotto del guardiano, pure.
Un sorriso.
Due sorrisi.

-Buongiorno.
-Buongiorno. Posso entrare?
-Prima devi dirmi a chi appartieni.
-In che senso?
-Non ti conosco. Questo è un residence turistico e mi devi dire se appartieni a qualcuno dei condomini o se sei un esterno.
-Non capisco. Che significa esterno?
-L’esterno è chi non è proprietario né affittuario.
-Sono un esterno. Quindi?
-E quindi da esterno mi devi dire a chi appartieni. E’ chiaro il concetto?
-No. Non è chiaro.
-Mi sta pigh puu cul?
-No.
-Sei un parente? Un amico di uno dei condomini?
-Non appartengo a nessuno nel senso di quello che intendi tu. Io mi reputo un cittadino del mondo.
-Un cittadino del mondo? E ci è sta strunzat?
-Non lo è. Per te può esserlo. Non per me.
-Mi sa tanto che non puoi entrare.
-Non posso entrare?
-No.
-E’ ingiusto.
-Queste sono le direttive.
-Sono direttive che non mi trovano d’accordo.
-Sono le direttive di chi mi fa lavorare qua.
-Mi devi far entrare. Voglio entrare. Sento di dover entrare.
-Non hai capito un cazzo. Tu non entri.
-No, forse sei tu che non hai capito.
-Ma vedi se te ne vai, mo ti a dà na cos imbrond, mo.
-Sappi che ti voglio bene come ad un fratello. Vorrei tanto abbracciarti e farti capire che tu, come me, sei un cittadino del mondo e non ci devono essere barriere fra gli esseri umani. Gli esseri umani possono essere buoni. Devono esserlo. E io lo sono.
-Ah ah! Wuagliò, tin propr la cap sciroccat. Va va, vattin va.
-Vengo in pace e sono la pace.

Leggero sospiro.
Allunga il braccio e apre il cruscotto.
Lentamente.
Occhiali da sole.
Li indossa.
Guanti rossi.
Se li infila.
Apre il borsone, nascosto ai piedi del posto passeggero.
Lentamente.
Una Beretta calibro 9 con silenziatore.
La estrae.
La punta contro il guardiano.
Il guardiano non realizza e il guardiano muore.
Un buco dritto in testa.
Quello scende dalla macchina.
Lentamente.
Aziona un pulsante all’interno del gabbiotto del guardiano.
Un secondo pulsante.
Un terzo.
La transenna alla fine si apre.
Rientra in auto.
Prosegue.
Lentamente.
Nota la segnaletica del parcheggio con la freccia.
La segue.
Tira dritto.
Trova posto.
Spegne la macchina.
Scende dalla macchina.
Nasconde la pistola nella parte posteriore della cintura dei pantaloni.
Avanza portando con sé il suo borsone.
S’imbatte in un uomo che fuma una sigaretta.
Lo guarda cortesemente e lo saluta.

-Salve.
-Salve.
-Bella giornata.
-Caldo atroce.
-Eh sì.
-Pare che però domani piova. Speriamo.
-Così pare.
-Non l’ho mai vista da queste parti.
-Neanch’io a lei. E mi fa piacere.
-Cosa le fa piacere?
-Conoscerla.
-Beh… il piacere è mio. Ha comprato la villa di recente?
-No.
-E’ un nuovo affittuario?
-No.
-Allora è un amico, un parente dì…?

Quello sbuffa.

-No guardi, anche lei è fuoristrada. Per me sono tutti parenti. Tutti amici. Voglio bene a tutti. Non odio nemmeno chi odia. Io amo tutti. Tutti. Sento di appartenere ad una sola famiglia. Che è quella umana.
-Ah…
-Vengo in pace e sono la pace.

Tira fuori la pistola.
L’uomo che fuma non realizza e l’uomo che fuma muore.
Due colpi.
Il primo gli fende la guancia.
Il secondo gli apre in due il cranio.
Quello riprende la borsa dopo aver nascosto nuovamente la pistola.
Prosegue.
Viene attirato da una musica allegra e trasmessa a tutto volume.
Segue la scia di quella musica.
Lentamente.
Svolta sulla sinistra.
Nota un ingresso.
Vede una piscina e d’intorno un grande spiazzo.
Uomini.
Donne.
Anziani.
Ragazzi e ragazze.
Bimbi e bimbe.
Parlano.
Ridono.
Giocano.
Fanno il bagno.
Accanto all’ingresso della piscina, un bar.
Accanto al bar un altro spiazzo.
Accanto all’altro spiazzo, proseguendo verso destra, una salita.
E poi ville.
Tante ville.
Prosegue verso il bar.
Lentamente.
All’ingresso trova due anziani che leggono il giornale.
Poi il barista e la barista.
Li guarda.
Li saluta col sorriso e loro ricambiano.
Poi estrae la pistola.
I due anziani.
La barista e il barista.
Tutti loro non realizzano e tutti loro muoiono.
Esce dal bar un bambino che si gusta un ghiacciolo.
Guarda i cadaveri e poi guarda lui con la pistola tesa nella sua direzione.
Il bambino non realizza e il bambino muore.
Quello butta via la pistola scarica.
Apre il borsone.
Tira fuori due bombe a mano e due mitragliette UZI calibro 9.
Vede una porta nel bar che comunica con la piscina.
Attraversa il bar.
All’interno del bar sulla destra c’è una porta.
La porta del cesso.
Apre la porta del cesso e non trova nessuno.
Può proseguire.
Lentamente.
Apre la porta che dà alla piscina.
C’è chi parla.
Chi ride.
Chi gioca.
Chi balla.
Chi fa il bagno.
Loro non si accorgono di lui.
Il chiasso.
La musica ad alto volume.
Il caldo atroce.
Tutto è confuso.
Quello prende la prima bomba a mano.
Tira la levetta e lancia la bomba verso un gruppo di ragazzi e ragazze.

-Vengo in pace e sono la pace. Vi voglio bene, amici. Tanto bene.

Boato.
Cumuli di terra volano via e rimangono in aria.
Poi giù.
Volano via i ragazzi e le ragazze e i ragazzi e le ragazze muoiono.
Squartati.
Cadono giù.
Cadono braccia.
Cadono gambe.
Cadono tronchi.
Cadono teste e alcune rotolano.
Piove terra mista a sangue.
Mista a brandelli di carne.
Mista a materia celebrale.
Grida.
Urla strozzate.
Il chiasso.
La musica ad alto volume.
Il caldo atroce.
Il fuggi fuggi.
Il si salvi chi può.
Prende la seconda bomba a mano.
Tira la levetta e lancia la bomba a caso.
La terra deflagra e sputa ancora sangue.
Sputa ancora brandelli di carne.
Sputa ancora materia celebrale.
Mano sinistra.
Mano destra.
In simultanea.
Le cicale cantano.
I proiettili delle mitragliette sibilano.

-Vengo in pace e sono la pace. Io sono una persona buona. Tanto buona. Che s’interessa di politica. Che pensa ai poveri e ai diseredati. Penso a chi sta peggio di me. Penso a tutti.

Corpi che danzano.
Corpi che s’ammassano.
Corpi che strisciano.
Corpi che inciampano.
Corpi che cadono.
Corpi che supplicano.
Corpi che a vicenda si fanno scudo.
Corpi che realizzano e muoiono.
I grilletti rimangono premuti.
Ta ta ta taaaaa taaaa
Taaaa taa taaa taaa.
Taaa taaa taaa.
Quello si gira a destra e a sinistra.
Lentamente.
Spara.
Il sangue zampilla e cade.
Spara.
Il sangue zampilla e cade.
Nota un passeggino in lontananza.
Il passeggino non realizza e il passeggino viene crivellato.
Cade nel fiume di sangue nella cui piscina si spande.
Qualcuno si nasconde sott’acqua.
Quel qualcuno realizza e muore.

-Vengo in piace e sono la pace. L’altro giorno ho partecipato ad una cena sociale con gente buona come me. Eravamo tutti buoni. Dicevamo un sacco di cose belle e buone. Mi ha fatto sentire bene. Sento di pensare bene. Di fare bene. Di comportarmi bene. Di rappresentare il bene. Siamo tutti uniti. Siamo una cosa sola.

Un’anziana viva.
A terra.
Realizza e muore.
Un bambino piange.
Vuole la mamma e il papà.
Realizza e muore.
Una ragazza con la gamba slogata.
Non ce la fa a camminare.
Realizza e muore.
Un ragazzo con le budella di fuori.
Urla.
Si dimena.
Realizza e muore.
Un uomo obeso si nasconde nella siepe.
Realizza e muore.
Una bambina ha le convulsioni.
Bava dalla bocca.
Realizza e muore.

-Vengo in piace e sono la pace. Manifesto. Lotto. M’indigno e continuo a lottare. Devo continuare a farlo. Lotto affinché la famiglia, la mia famiglia, possa stare meglio. Siamo un’unica famiglia. Ed è quella umana. Siamo tutti fratelli e sorelle. Lo capite?

Alcuni sono riusciti a scappare.
Alcuni corrono verso la salita.
Altri corrono verso l’uscita.
Lacrime.
Sudore.
Sentono la morte addosso.
Quelli che tentano di salire cadono come foglie secche.
Realizzano e muoiono.
Quelli che tentano di uscire, pure.
Realizzano e muoiono.
Una donna raggiunge il parcheggio.
Raggiunge la sua macchina.
Cerca le chiavi.
Non trova le chiavi.
Le trova.
Mette in moto.
Parte.
Va a tutto gas.
Primo dosso.
Secondo dosso.
Terzo dosso.
La macchina è quasi fuori.
Quello mira alle gomme e le gomme della macchina bucano.
La macchina sbanda.
Si schianta al palo della luce.
Quello la raggiunge.
Lentamente.
La signora trema.
Non riesce a muoversi.
Ha le ossa fratturate.
La signora realizza e la signora muore.

Andrea Costanza

Tutto puzzava di polvere

Photo by Dikaseva on Unsplash

-Papà.
-Che c’è.
-Sono stanca.
-Cammina.
-Sto camminando…
-Quante scatolette di tonno sono rimaste nella sacca?
-Non me lo ricordo.
-Controlla.
-Va bene…
-Quindi?
-Sono tre.
-E gli omogeneizzati, quanti omogeneizzati sono rimasti?
-Due.

Le scorte stavano finendo. Bisognava al più presto trovarne delle altre. L’acqua invece era terminata. Una parte della loro giornata veniva dedicata esclusivamente alla cernita dell’acqua e però in giro ce n’era sempre meno, di acqua. Quando la trovavano era talmente poca che finiva nell’arco di poche ore. Non potevano rimanere a lungo senza. Il problema è che non pioveva ormai da tempo e la terra si era desertificata e i deserti si fecero ancora più deserti. Il sole si era messo a non fare più il sole. Anche le nuvole non facevano più le nuvole. Anche il cielo non era più lo stesso dal momento che aveva perso il suo naturale abito blu. La vita non era più quella di un tempo. Tutto era fermo e immobile ed era una vita strana. Una vita simile a quella che conducevano gli animali della cui presenza sulla terra non si trovava più traccia. Zero. Scomparsi tutti. In giro, nella desolazione più totale, ci si poteva imbattere al massimo in scatolame scaduto di cibo e in spazzatura di vario genere e poi nella polvere.

Tutto puzzava di polvere.

L’aria puzzava di polvere.

L’acqua puzzava di polvere.

Le cose puzzavano di polvere.

La pelle puzzava di polvere.

Le carcasse puzzavano di polvere.

La speranza puzzava di polvere.

Si toccava e respirava polvere ovunque. La polvere veniva trasportata dal vento, da un vento freddo e desolato e quando il vento freddo e desolato si metteva a parlare non potevano fare altro che tacere, ascoltarlo e andare avanti. Con la speranza di non incontrare loro.

Le persone che mangiavano altre persone.

Lui non aveva la minima idea di ciò che era successo al mondo. Aveva sentito dire che tale barbarie fosse da addebitarsi ad una strana malattia. Forse il genere umano e l’ecosistema terrestre erano caduti vittima di un’epidemia. Di un virus. Di un batterio. Lui non lo sapeva e poco gli importava. Aveva smesso da tempo di porsi domande e di cercare risposte. Non serviva a niente. Sapeva che era capitato e basta. Sapeva che le persone si abituavano a tutto e non erano più delle persone o forse, probabilmente, magari, al netto degli scrupoli morali e delle pusillanimità e delle ipocrisie, lo erano più di prima. Sapeva, perché le vedeva, che le persone mangiavano altre persone con estrema naturalezza. Come se l’avessero sempre fatto. Come nei mondi precedenti, anche in quel mondo le persone dovevano nutrirsi e non si nutrivano solo per soddisfare un bisogno vitale e insopprimibile. Ora più di prima le persone, da sempre ghiotte e ingorde, continuavano a nutrirsi anche per il piacere di gustare dell’ottimo cibo e avevano scoperto che la carne umana, a furia di assaggiarla e azzannarla e ingurgitarla, era più squisita e succulenta delle altre carni estinte.

-Quando ci fermeremo, papà? Sono stanca. E pure Ciccio è stanco. E’ vero Ciccio? E’ vero che sei stanco?
-Abbassa la voce. Ci possono sentire.
-Cosa vogliono da noi, eh papà?
-Dammi la mano. Stringila forte alla mia.
-Fermiamoci, papà. Ti prego. Sono tanto stanca…
-Continua a camminare.
-Riposiamoci un po’…! Solo un po’!
-Non fare i capricci.
-Sei d’accordo, eh Ciccio? Papà! Anche Ciccio è d’accordo!
-Non gridare.
-Sono stanca… stanchissimissima!
-Smettila.
-Ho tanta voglia di fare la nanna…!
-Tra poco la farai. Ora però cammina.
-E poi… e poi… ho anche fame, tanta fame. Vero, Ciccio? Anche tu ce l’hai? Sì, papà! Anche Ciccio!
-Quando troveremo un altro rifugio, mangeremo e faremo tanta nanna… te lo prometto.

Non potevano continuare a passare la notte all’addiaccio con tutti i rischi del caso e contando solo nella buona sorte. Pochi giorni prima ce l’avevano, un rifugio. Era una casa abbandonata alle pendici di una montagna. Purtroppo, dopo poche settimane, erano stati costretti a lasciarla. Questo perché le persone che mangiavano altre persone ti trovavano ed erano sempre affamate e prima o poi ti trovavano. C’era solo da augurarsi più poi che prima.

-Perché bisogna trovare un altro rifugio? Uffa, basta…! Non ce la faccio più!

Il padre si fermò per parlarle una volta per tutte. Toccò terra con le ginocchia e si guardò attorno. Aveva una pistola. Fino ad un attimo prima era fermamente stretta nella mano sinistra e ora si trovava per terra a pochi centimetri dal suo scarpone. Quella pistola l’aveva trovata per caso più di anno fa in un supermarket abbattuto. L’aveva trovata ricoperta di sangue vicino ad un cadavere maciullato. Da allora era diventata la sua amica e la sua consigliera più fidata. Quel pezzo di metallo, nella maggior parte dei giorni, era ciò che lo separava dalla morte. In altri invece lo avvicinava, alla morte. Lo legava ad un desiderio morboso e quasi irresistibile di oblio e che però non aveva mai avuto il coraggio di portare a compimento. Eppure bastava poco. Pochissimo. Bastavano due colpi di proiettile ben assestati, prima per sua figlia e poi per sé. Non sarebbe durata un giorno, senza di lui. E lui senza di lei.

-Ti vuoi svegliare?! Non lo vedi che c’è lì fuori?! Eh? Non lo vedi? Non le vedi quelle persone che mangiano altre persone? Le persone che mangiano altre persone hanno mangiato tua madre e tua sorella e il tuo fratellino. Vuoi fare la loro fine? Vuoi che mangino anche a te e me? Eh? E allora smettila. Smettila. La devi smettere…!

Strinse fortissimamente le sue spalle scuotendole con violenza. Il volto della bimba si fece paonazzo e venne turbato dai ricordi che le si materializzarono nella mente. Venne a trovarla la mamma. Sapeva che si trattava della mamma benché il suo volto fosse irriconoscibile. La salutò colma di gioia andandole incontro e però la sua mamma non ricambiò e così scomparve. Venne a trovarla la sorellina piccola a cui amava pettinarle i capelli e fare le pernacchie sul suo pancino. Dopo poco scomparve anche lei. E poi cominciò a sentire la presenza del fratellino ancora più piccolo. Lo sentiva piangere nella sua culla tutta imbrattata di sangue e piangeva e piangeva e dopo poco s’accorse che in quella culla non c’era nessuno. Quei pianti erano i suoi. Era tentata di gridare ma desisteva e desisteva al minimo tentativo di opporre resistenza al suo papà. Aveva la bocca spalancata e al suo interno venivano a crearsi bolle isteriche di saliva che scoppiavano in prossimità della lingua.

-Mi stai ascoltando?! Sto parlando con te! Quante volte te lo devo ripetere?! Non sei una bambina. Non ti puoi permettere di essere una bambina in questo mondo, hai capito? Devi crescere. Quanti anni hai, eh? Rispondi…
-…
-Quanti…?!
-9…
-No. Ne hai 20. Hai capito? 20. Devi crescere. Ora. Non domani. Non c’è tempo. E smettila di piangere. Smettila!

La bimba digrignava e digrignava i denti dalla rabbia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

-Che cosa ci fai con questo pupazzo? Buttalo via. Non ti serve a niente. Buttalo via…!
-No! E’ il mio amico!
-Non hai amici, lo vuoi capire? Non esistono gli amici. E’ morto tutto, è finito tutto, le persone che mangiano le persone sanno fare solo quello e ognuno pensa per sé. Lo vuoi capire?
-Non è vero! Esistono invece, gli amici!
-Ti faccio vedere io che fine fa il tuo amico…!
-Ridammelo! Noooooooooooooo!

Finì per staccargli la testa, al pupazzo. Gli tranciò il tronco in due. Poi in tre. Poi in quattro parti. Il tutto venne buttato in una piccola discarica che si trovava lì vicino. Afferrò d’istinto la pistola. Guardò dietro e si rese conto in lontananza della loro presenza. Marciavano lente e affamate, le persone che mangiavano altre persone. Dalle contrade circostanti se ne aggiungevano a quelle che già marciavano lungo il percorso. Non marciavano mai compatte e unite ma sempre separate a debita distanza le une dalle altre. Non potevano farlo e lo sapevano bene. C’era il forte rischio che, marciando compatte e unite, potessero sbranarsi a vicenda.

Lo sguardo della bimba si era fatto perso e catatonico. Il padre se ne rese conto. Provò a parlarle e ci provò ancora e ancora asciugandole il viso. Non ebbe alcuna risposta. Dopodiché la invogliò con calma e quasi con dolcezza, stringendole la mano più forte che poteva, a riprendere a camminare. Anche in quel frangente in lei non ci fu nessuna reazione. Allora la prese in braccio e allungò il passo.

-Ehi… Ehi! Non voglio farti del male. Ascolta…

Assai colto di sprovvista, si girò verso la voce e ai lati del percorso sterrato vide un uomo. Era senza braccia e con un collare stretto al collo da cui pendeva un guinzaglio legato, seppur in maniera arrabattata, ad un braccino. Apparteneva ad un bimbo, quel braccino. Questo bimbo, emaciato in volto e dal corpo rachitico, stringeva nella sua mano destra una busta. Tossiva e sputava sangue e quell’uomo aveva lo sguardo implorante. Lo sguardo della bimba era sempre perso e catatonico. E però, a guardare quel bimbo, un po’ riuscì ridestarsi dal suo torpore.

-Ascolta un attimo… ti propongo… ehi no no no! Calma…! Calma…!

Lasciò rapidissimamente la bambina ed estrasse la pistola dalla cintura dei pantaloni e la puntò contro lo sconosciuto.

-Parla.
-Abbassa la pistola, amico… non voglio farti del male.
-Parla. Stanno arrivando e non ho tempo da perdere.
-Lo so che arrivano. Per fortuna so nascondermi bene.
-Lo vedo. Noi però no.
-Ascolta… mio figlio sta morendo di fame.
-Anche la mia, ha fame.
-Ma magari ha anche sete.
-Ne ha. Anch’io ne ho. Hai dell’acqua?
-Abbastanza.
-Quanta?
-Due litri.
-Abbastanza un cazzo.
-Ne ho altri dieci, di litri.
-Dieci litri.
-Dieci. Sì.
-Dove?
-Non te lo dico.
-Hai un rifugio?
-Se aspetti qui, ne vado a prendere altri cinque. In tutto sono sette. Tu cosa mi dai in cambio?
-Dove ce l’hai quest’acqua?
-Non te lo dico.
-Parla.
-Non te lo dico.
-Parla t’ho detto.
-Perché lo vuoi sapere?
-Non t’importa il motivo. Ad un uomo con la pistola non si fanno domande. Si risponde e basta.
-Se te lo dico, mi fai secco.
-Ti faccio secco comunque, figlio di puttana. E faccio secco anche il bambino.
-Non farci del male. Non fare del male a mio figlio. Ti prego.
-…
-Vogliamo solo mangiare.
-Parla.
-Promettimi che non ci farai del male.
-Te lo prometto.
-…
-…
-Dalle parti del mulino abbandonato.
-Quale mulino?
-A due km da qui. A nord.
-Poi?
-C’è una botola da quelle parti. Viviamo lì noi e se volete potere restare con..

Sparò due colpi. Uno al petto. L’altro allo stomaco. Quello s’accasciò a terra e morì. Il bimbo immobile. Come se nulla fosse successo. La bimba ricominciò a piangere. Il padre strappò dalle mani del bimbo la busta. Guardò cosa c’era dentro. C’era effettivamente una bottiglia d’acqua da due litri e la prese con sé e poi prese in braccio sua figlia. Si girò e riprese a camminare verso nord a passo svelto. Scendevano giù veloci, erano un fiume in piena, le lacrime della bimba. Avrebbe voluto fare amicizia con quel bimbo e sapeva che non sarebbe stato possibile. Si stava allontanando e allontanando e allontanando col papà. Aveva il mento poggiato sulla sua spalla. Salutò mestamente il bimbo con la manina e il bimbo ricambiò.

Andrea Costanza