Scrivere: perché?

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

Come avrete notato, mi sto prendendo un periodo di pausa da questo blog. Non riesco più a scrivere. Ho un blocco. Queste quattro parole in croce che sto mettendo assieme per farne un discorso, si spera sensato, sono solo il risultato di un faticoso compromesso con me medesimo. Sembra brutto mollare un blog di cui hai voluto la genesi, è da molto che non scrivi e allora cazzo scrivi qualcosa, mi son detto.

La verità è che la mia testa è vuota e indolente. E’ come se non avessi più nulla da dirmi e da dirvi. Ora come ora mi disgusta dar seguito a riflessioni su ciò che vedo e sento, sotto forma di racconti o articoli più o meno seriosi. Tuttavia sono convinto che tale digiuno creativo è passeggero e presto si tramuterà nuovamente in bisogno irrinunciabile a causa del mio masochismo. Anche il mio masochismo è in letargo, si sta prendendo una pausa.

Pensateci, però: cosa c’è di più avvilente che tentare di oggettivare, mediante la scrittura, lo squallore della realtà, lo squallore della vita quotidiana? Non basta doverla sopportare? Perché rimestare con le lettere e le parole nel letame? Non l’ho ancora capito. E poi: a che serve? A quale scopo? La scrittura, in fondo, è un’attività come un’altra. Sopravvalutata. Sopravvalutata come l’opinione che l’umanità ha di sé stessa. Qui è tutto uno specchiarsi, è tutto un celebrare il rispettivo ombelico, è tutto un gioco di pose e presunzioni collaterali di cui non riusciamo a fare a meno. Il perché, forse peccando di presunzione, penso di averlo capito. E’ solo che non mi va di scriverlo.

Andrea Costanza

9 pensieri riguardo “Scrivere: perché?

    • Ciao Laura, io penso che il problema sia in gran parte dovuto dal modo in cui conduciamo il nostro tempo (non) libero. Come si fa a scrivere e a progettare idee se poi gran parte del tempo è assorbito da ciò che più di insensato ci sia, ovvero lavorare e lavorare unicamente per la pagnotta? Nell’ora d’aria subentra la stanchezza e la rassegnazione e lasci perdere. Mentre la barbarie avanza.

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  • Nelle tue parole leggo quello che mi dice sempre un Amico Speciale: l’umanità si sopravvaluta. E la cosa mi fa spuntare un sorriso… sarà che io non sono affatto d’accordo. E scrivere, beh, scrivere è la mia forma di terapia, un antidoto contro la solitudine (cit.)

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    • Beh, se ti dice questo vuol dire che speciale lo è davvero, il tuo amico 😀 Salutalo da parte mia.

      Ti ringrazio per aver lasciato qui il tuo commento. Devo dire che mi hai svegliato da un letargo più o meno profondo. E ti rispondo con piacere.

      L’umanità sopravvaluta sé stessa e conseguentemente tende a sopravvalutare persino la vita e quindi il ruolo che in essa conduce portandosi dietro un bagaglio super colorato di illusioni e speranze.

      Illusioni e speranze da cui non può prescindere, l’umanità. Pena le morti provocate dalle disillusioni che sono in sostanza le morti peggiori, soprattutto quando sono reiterate e cocenti, foriere di infelicità perpetua.

      Quando il nascituro viene catapultato in una dimensione estranea e inquietante e spaventevole dal grembo della mamma, piange.

      Non è un caso.

      Attraverso quell’atto involontario e istintivo coglie ciò che in futuro dovrà depennare per non consegnarsi alla follia.

      Nel frattempo crescerà e imparerà come stare al mondo. Dunque regredirà. Sarà costretto a consumarsi pian piano nella battaglia quotidiana che ingaggerà contro la prospettiva dell’inedia, dal momento che dovrà indirizzare tutte le sue energie allo scopo di affrancarsi dal bisogno.

      Dunque sarà costretto a sgobbare, a sudare, a puzzare, a lavorare. Diventerà una bestia da soma che si darà un sacco di arie. Dirà di sé tutte le cose più belle di questo mondo per non guardare quella realtà che il nascituro, nella sua lucidità involontaria e demoniaca, aveva desunto e predetto nell’atto del pianto.

      Tu mi parli della scrittura come antidoto alla solitudine.

      Bene. D’accordo. Però promettimi una cosa.

      Promettimi di non immaginare mai il mio viso e la mia bocca che si avvicinano lentamente al tuo orecchio per insinuare quanto segue:

      “Monica, anche questa è un’illusione”.

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  • Ah ecco, sì 🙂

    Effettivamente è un trucco.

    Come d’altronde è un trucco credere di lenire il senso di sconforto attraverso la scrittura.

    Indubbiamente oggettivando i propri demoni con le parole, l’inquietudine scema e quei demoni, quando li cacciamo dalle nostre membra, li vediamo da lontano, come se non ci appartenessero più. Ma è una sensazione momentanea, almeno per me. Poi riprendono punto e daccapo a bussare alla porta e ad entrare senza che tu dia loro il permesso.

    Io odio quegli scrittori e quelle scrittrici, ubriachi di vanità, malati di egotismo, che speculano su questi tipi di accadimenti drammatici nella una vita di un uomo e di una donna unicamente per farsi belli e belle di fronte ad un uditorio che non c’è, o se c’è è talmente insignificante da considerarlo poco più che polvere della storia. Beato e beata chi prende la vita così come viene, facendosi trasportare dalla corrente della spensieratezza. Chi, pur scrivendo e avendo talento, si abbandona ai tormenti, chi si sente estraneo dinnanzi a ciò che vede e sente e non sa come uscirne, è un disgraziato. Solo un disgraziato.

    Monica tu invece, se non sono troppo indiscreto, da quanto tempo scrivi? Quanti anni hai? Di dove sei?

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