Buon compleanno, Michael Jackson

Ricordo che il mio amore verso la musica di Michael Jackson era irrefrenabile. Quasi ossessivo. Potevo rimanere ore e ore ad ascoltare le sue canzoni, a vedere i suoi concerti cosi strabilianti, specie quelli degli anni Ottanta, da farmi credere di avere a che fare con un Dio, col Dio della musica nell’atto stesso di personificare, magnetico com’era nel suo modo originalissimo di calcare il palcoscenico, il ballo e il canto in un’unica e potentissima spirale d’energia. Proprio per tal motivo l’aurea artistica di Michael Jackson viene associata alle canzoni più ritmiche e alle sue hits commerciali come “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” , “Thriller”, “Billie Jean” , “Beat It” , “Bad” , “Smooth Criminal” , “Black or White” e non invece alle sue canzoni lente da ascoltare anziché da ballare, alle sue “ballads” nelle quali la sua voce da usignolo viene accompagnata da melodie più soavi e posate. Canzoni come “Little Susie”, “Speechless”, “Smile”, “Ben”, “She’s Out of My life”, “Gone to Soon” sono delle vere e proprie perle di cui purtroppo il grande pubblico non ha la benché minima cognizione. Per il grande pubblico, Michael Jackson è tutto ciò che ne ha caratterizzato la sua fortuna, ovvero i suoi cliché, i mocassini, i calzini bianchi, le sue mosse di ballo, il ‘moonwalk’, le piroette.

Mai un artista è riuscito a incutere in me così tanta ardente passione come Michael Jackson. Ricordo che i miei amici mi prendevano in giro. Dichiararsi fan di Michael, e parliamo di inizi anni duemila, ovvero quando la sua popolarità era ai minimi storici, era un po’ come menarsi una mazzata sugli zebedei. Michael era assai impopolare in quel periodo, veniva deriso, oltraggiato costantemente e giornalmente a causa dei suoi problemi con la giustizia, a causa del suo aspetto fisico, a causa del suo presunto declino artistico. Ricordo che la gente sul suo conto fu veramente crudele. La gente, quando lo è, dico crudele, riesce a dare il peggio di sé nei riguardi di chi si trova in ginocchio. Più si è in difficoltà e più la gente mena forte e col gusto di menare. Il comportamento di chi infierisce sugli inermi è tipico del gregge, del gregge meschino che bela, bela sempre e non sa fare altro che belare. In quel momento, Michael era molto debole e vulnerabile, era uno dei bersagli prediletti da ostracizzare e da condannare a priori. Di fronte al mondo intero riuscì a dimostrare nel 2005 la sua innocenza rispetto alle gravissime accuse di pedofilia intentategli. Tuttavia, ciò non bastò per levarsi di dosso quell’alone di sospetto che lo accompagnò per il resto dei suo ultimi giorni. E però arrivò il giorno in cui tutti quelli che lo avevano ignorato e odiato improvvisamente si convertirono sulla via di Damasco. Michael Jackson morì il 25 Giugno 2009 e da quel momento in poi il gregge, che aveva fino a un istante prima contribuito a dargli il colpo di grazia, si sentì in diritto e in dovere di continuare a belare cambiando semplicemente casacca; prima si era “contro”, ora “pro” qualcuno, e in quel caso Michael Jackson, morendo, si era fatto la fama di redivivo al cospetto delle masse. L’ennesima glorificazione post mortem andava a tutto spiano. Tutti divennero fans di Michael Jackson. Tutti ascoltavano le sue canzoni. Tutti elogiavano la sua arte e, manco a dirlo, anche la sua persona. Tributi roboanti a destra e a manca si consumavano in giro per le strade e nei locali e nelle discoteche. Per tutti, era (ri)diventato il Re.

Col senno del poi, riconosco che la morte di Michael Jackson procurò in me un trauma. In quel periodo ovviamente non seppi riconoscerlo come tale. Pertanto da quel giorno, lo ammetto, del tutto spontaneamente, cancellai man mano Michael Jackson dal mio orizzonte. Smisi di ascoltare la sua musica. Smisi di guardare i suoi concerti. All’inizio non me ne facevo una ragione. Poi mi rassegnai. Fino a poco tempo fa, il solo avvertire la presenza di una sua canzone in radio bastava per convincermi di dover cambiare frequenza. Fino a poco tempo fa, la sua sola presenza in tivù procurava in me assoluta indifferenza. Fino a poco tempo fa, quando mi capitava di guardare la mia collezione di cd e vinili e memorabilia, lì sulla teca, nutrivo un senso anche qui di indifferenza ma anche, come dire, di estraneità. Mi domandavo: a chi appartiene quella roba lì tutta impolverata? A me? No, non può essere.

Solo recentemente ho ricominciato a riconnettermi con Michael Jackson e la sua musica. È come se il dolore atroce procurato da quel trauma, dopo quasi dieci anni, si sia cicatrizzato. Ora capisco: mi ci è voluto tutto questo tempo per somatizzare il lutto di un artista, di un amico che mi ha fatto compagnia con la sua arte e a cui devo, appunto, molto.

Oggi, 29 Agosto, sarebbe stato il suo compleanno. Avrebbe compiuto sessant’anni.

Auguri, Michael.

Andrea Costanza

Le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta

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Anche i cerimoniali che ruotano attorno al conseguimento della laurea ci connettono, nella debita misura, con l’antropologia di un popolo. I retaggi del nostro passato si sedimentano, ci perseguitano e si perpetuano. Provengono da lontano, da quel retroterra contadino per secoli e secoli vessato, affamato, assoggettato alle angherie dei Signori e dei Principi, degli Innominati e dei Don Rodrigo di turno con la pancia piena e col mento all’insù, ossessionati dal blasone delle onorificenze, ottenebrati dalla boriosità e dall’arroganza di si chi crede intoccabile. Come direbbe il Marchese del Grillo, presente nell’omonimo film di Monicelli, riferendosi ad una banda di poveracci: “Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo”.

Quel popolo minuto costantemente oppresso, in cerca di emancipazione e riscatto da appagare adottando gli stessi canoni valutativi dei loro oppressori, con la speranza di scalzarli dalle redini del cavallo, siamo noi. Al tempo dei nostri genitori e dei nostri nonni fino ad andare ancora più giù negli scantinati della storia, nei paesini di campagna ma non solo, chi si laureava veniva imbellettato di tutto punto e issato sulla punta del proscenio proprio come se fosse una madonna da esibire in processione. Auguri, baci, congratulazioni a destra e a sinistra al dottore, alla dottoressa, a queste mosche bianche, bianchissime, bianchissimissime perdio!, che si doteranno nella vita professionale e sociale di colletti lindi e tanto profumati.

Non come noi, pensavano i nostri cari, e i cari dei loro cari, e i cari dei cari dei loro cari, che le uniche mosche che conosciamo sono quelle che gironzolano attorno alla merda di cavallo e maiale, e anche di vacca. Non come noi, pensavano ancora, che ci detestiamo, ci facciamo schifo solo a guardarci: noi, contadinotti straccioni, poveri disgraziati costretti a piegarci come giunchi e a morire di fatica nei campi e nelle fabbriche, puzzolenti come siamo di sudore e terra messi assieme. I nostri figli, i nostri nipoti dovranno avere più fortuna di noi. Dovranno avere fame, dovranno preoccuparsi di svettare e sgomitare: ad ogni costo. Dovranno arrampicarsi più in alto possibile e scalare la vetta. Si creeranno una famiglia, com’è giusto che sia, dopodiché troveranno un lavoro che possa garantire quattrini e prestigio sociale. E dovranno nutrire stima, talmente tanta di quella stima in loro stessi che dovranno gonfiarsi, pomparsi, gonfiarsi, pomparsi di continuo, proprio come un tacchino in procinto di esplodere. Almeno, pensavano, verranno salutati e trattati con rispetto da chicchessia e non dovranno piegare il capo come facciamo noi quando dobbiamo rivolgerci al Commendatore, al Notaio, al Professore, al Giudice, al Padrone, che parlano, mangiano, vestono, comprano come Dio comanda. Se esisti devi apparire, figlio mio, a mammà, a papà, a zia, a nonna, e se non appari, aridaje, non sei un cazzo. Ricordatelo.

Le sedute di laurea. La pletora di parenti e amici vestita di tutto punto e pronta a godere del “magico” momento della proclamazione. La presentazione mnemonica della tesi del laureando di fronte alla commissione. La dichiaro “dottore/dottoressa” in tali e tali. Alè. Gli applausi scroscianti. Le strette di mano. Gli occhioni lucidi. Il completino elegantino. Il selfie qui. Il selfie lì. Le pose. Il fotografo ufficiale. I fiorellini. La coroncina. La bomboniera. La pergamena. La festa megagalattica dove se magna a quattro ganasce, in fondo, per esorcizzare quel passato ignominioso, appunto, fatto di povertà e miseria, di sangue e merda.

Riti. Riti stanchi attorno ai quali gli uomini e le donne e naturalmente anche le nuove generazioni palesano, trascinandosi altrettanto stanchi e pesanti come macigni, la propria insignificanza. In un mondo tanto superficiale quanto miserabile, dove si viene riconosciuti e giudicati dalle apparenze, ecco, l’ottenimento della laurea continua ad essere uno di quei traguardi che contribuiscono a riempire di stemmi e galloni e gradi il rispettivo doppiopetto (piccolo) borghese; tutti ne hanno uno dal momento che lo siamo tutti, (piccolo) borghesi. E in fatto di stemmi e galloni e gradi, fondamentale è esibirli truccandone il valore. Ovviamente al rialzo.

Ebbene, ritornando alle lauree, c’è da dire che il loro numero si è parecchio inflazionato. Il loro valore, appannato. Risultato: le mosche laureate non sono più bianche. Sono mosche e basta.

Andrea Costanza