Tutto puzzava di polvere

Photo by Dikaseva on Unsplash

-Papà.
-Che c’è.
-Sono stanca.
-Cammina.
-Sto camminando…
-Quante scatolette di tonno sono rimaste nella sacca?
-Non me lo ricordo.
-Controlla.
-Va bene…
-Quindi?
-Sono tre.
-E gli omogeneizzati, quanti omogeneizzati sono rimasti?
-Due.

Le scorte stavano finendo. Bisognava al più presto trovarne delle altre. L’acqua invece era terminata. Una parte della loro giornata veniva dedicata esclusivamente alla cernita dell’acqua e però in giro ce n’era sempre meno, di acqua. Quando la trovavano era talmente poca che finiva nell’arco di poche ore. Non potevano rimanere a lungo senza. Il problema è che non pioveva ormai da tempo e la terra si era desertificata e i deserti si fecero ancora più deserti. Il sole si era messo a non fare più il sole. Anche le nuvole non facevano più le nuvole. Anche il cielo non era più lo stesso dal momento che aveva perso il suo naturale abito blu. La vita non era più quella di un tempo. Tutto era fermo e immobile ed era una vita strana. Una vita simile a quella che conducevano gli animali della cui presenza sulla terra non si trovava più traccia. Zero. Scomparsi tutti. In giro, nella desolazione più totale, ci si poteva imbattere al massimo in scatolame scaduto di cibo e in spazzatura di vario genere e poi nella polvere.

Tutto puzzava di polvere.

L’aria puzzava di polvere.

L’acqua puzzava di polvere.

Le cose puzzavano di polvere.

La pelle puzzava di polvere.

Le carcasse puzzavano di polvere.

La speranza puzzava di polvere.

Si toccava e respirava polvere ovunque. La polvere veniva trasportata dal vento, da un vento freddo e desolato e quando il vento freddo e desolato si metteva a parlare non potevano fare altro che tacere, ascoltarlo e andare avanti. Con la speranza di non incontrare loro.

Le persone che mangiavano altre persone.

Lui non aveva la minima idea di ciò che era successo al mondo. Aveva sentito dire che tale barbarie fosse da addebitarsi ad una strana malattia. Forse il genere umano e l’ecosistema terrestre erano caduti vittima di un’epidemia. Di un virus. Di un batterio. Lui non lo sapeva e poco gli importava. Aveva smesso da tempo di porsi domande e di cercare risposte. Non serviva a niente. Sapeva che era capitato e basta. Sapeva che le persone si abituavano a tutto e non erano più delle persone o forse, probabilmente, magari, al netto degli scrupoli morali e delle pusillanimità e delle ipocrisie, lo erano più di prima. Sapeva, perché le vedeva, che le persone mangiavano altre persone con estrema naturalezza. Come se l’avessero sempre fatto. Come nei mondi precedenti, anche in quel mondo le persone dovevano nutrirsi e non si nutrivano solo per soddisfare un bisogno vitale e insopprimibile. Ora più di prima le persone, da sempre ghiotte e ingorde, continuavano a nutrirsi anche per il piacere di gustare dell’ottimo cibo e avevano scoperto che la carne umana, a furia di assaggiarla e azzannarla e ingurgitarla, era più squisita e succulenta delle altre carni estinte.

-Quando ci fermeremo, papà? Sono stanca. E pure Ciccio è stanco. E’ vero Ciccio? E’ vero che sei stanco?
-Abbassa la voce. Ci possono sentire.
-Cosa vogliono da noi, eh papà?
-Dammi la mano. Stringila forte alla mia.
-Fermiamoci, papà. Ti prego. Sono tanto stanca…
-Continua a camminare.
-Riposiamoci un po’…! Solo un po’!
-Non fare i capricci.
-Sei d’accordo, eh Ciccio? Papà! Anche Ciccio è d’accordo!
-Non gridare.
-Sono stanca… stanchissimissima!
-Smettila.
-Ho tanta voglia di fare la nanna…!
-Tra poco la farai. Ora però cammina.
-E poi… e poi… ho anche fame, tanta fame. Vero, Ciccio? Anche tu ce l’hai? Sì, papà! Anche Ciccio!
-Quando troveremo un altro rifugio, mangeremo e faremo tanta nanna… te lo prometto.

Non potevano continuare a passare la notte all’addiaccio con tutti i rischi del caso e contando solo nella buona sorte. Pochi giorni prima ce l’avevano, un rifugio. Era una casa abbandonata alle pendici di una montagna. Purtroppo, dopo poche settimane, erano stati costretti a lasciarla. Questo perché le persone che mangiavano altre persone ti trovavano ed erano sempre affamate e prima o poi ti trovavano. C’era solo da augurarsi più poi che prima.

-Perché bisogna trovare un altro rifugio? Uffa, basta…! Non ce la faccio più!

Il padre si fermò per parlarle una volta per tutte. Toccò terra con le ginocchia e si guardò attorno. Aveva una pistola. Fino ad un attimo prima era fermamente stretta nella mano sinistra e ora si trovava per terra a pochi centimetri dal suo scarpone. Quella pistola l’aveva trovata per caso più di anno fa in un supermarket abbattuto. L’aveva trovata ricoperta di sangue vicino ad un cadavere maciullato. Da allora era diventata la sua amica e la sua consigliera più fidata. Quel pezzo di metallo, nella maggior parte dei giorni, era ciò che lo separava dalla morte. In altri invece lo avvicinava, alla morte. Lo legava ad un desiderio morboso e quasi irresistibile di oblio e che però non aveva mai avuto il coraggio di portare a compimento. Eppure bastava poco. Pochissimo. Bastavano due colpi di proiettile ben assestati, prima per sua figlia e poi per sé. Non sarebbe durata un giorno, senza di lui. E lui senza di lei.

-Ti vuoi svegliare?! Non lo vedi che c’è lì fuori?! Eh? Non lo vedi? Non le vedi quelle persone che mangiano altre persone? Le persone che mangiano altre persone hanno mangiato tua madre e tua sorella e il tuo fratellino. Vuoi fare la loro fine? Vuoi che mangino anche a te e me? Eh? E allora smettila. Smettila. La devi smettere…!

Strinse fortissimamente le sue spalle scuotendole con violenza. Il volto della bimba si fece paonazzo e venne turbato dai ricordi che le si materializzarono nella mente. Venne a trovarla la mamma. Sapeva che si trattava della mamma benché il suo volto fosse irriconoscibile. La salutò colma di gioia andandole incontro e però la sua mamma non ricambiò e così scomparve. Venne a trovarla la sorellina piccola a cui amava pettinarle i capelli e fare le pernacchie sul suo pancino. Dopo poco scomparve anche lei. E poi cominciò a sentire la presenza del fratellino ancora più piccolo. Lo sentiva piangere nella sua culla tutta imbrattata di sangue e piangeva e piangeva e dopo poco s’accorse che in quella culla non c’era nessuno. Quei pianti erano i suoi. Era tentata di gridare ma desisteva e desisteva al minimo tentativo di opporre resistenza al suo papà. Aveva la bocca spalancata e al suo interno venivano a crearsi bolle isteriche di saliva che scoppiavano in prossimità della lingua.

-Mi stai ascoltando?! Sto parlando con te! Quante volte te lo devo ripetere?! Non sei una bambina. Non ti puoi permettere di essere una bambina in questo mondo, hai capito? Devi crescere. Quanti anni hai, eh? Rispondi…
-…
-Quanti…?!
-9…
-No. Ne hai 20. Hai capito? 20. Devi crescere. Ora. Non domani. Non c’è tempo. E smettila di piangere. Smettila!

La bimba digrignava e digrignava i denti dalla rabbia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

-Che cosa ci fai con questo pupazzo? Buttalo via. Non ti serve a niente. Buttalo via…!
-No! E’ il mio amico!
-Non hai amici, lo vuoi capire? Non esistono gli amici. E’ morto tutto, è finito tutto, le persone che mangiano le persone sanno fare solo quello e ognuno pensa per sé. Lo vuoi capire?
-Non è vero! Esistono invece, gli amici!
-Ti faccio vedere io che fine fa il tuo amico…!
-Ridammelo! Noooooooooooooo!

Finì per staccargli la testa, al pupazzo. Gli tranciò il tronco in due. Poi in tre. Poi in quattro parti. Il tutto venne buttato in una piccola discarica che si trovava lì vicino. Afferrò d’istinto la pistola. Guardò dietro e si rese conto in lontananza della loro presenza. Marciavano lente e affamate, le persone che mangiavano altre persone. Dalle contrade circostanti se ne aggiungevano a quelle che già marciavano lungo il percorso. Non marciavano mai compatte e unite ma sempre separate a debita distanza le une dalle altre. Non potevano farlo e lo sapevano bene. C’era il forte rischio che, marciando compatte e unite, potessero sbranarsi a vicenda.

Lo sguardo della bimba si era fatto perso e catatonico. Il padre se ne rese conto. Provò a parlarle e ci provò ancora e ancora asciugandole il viso. Non ebbe alcuna risposta. Dopodiché la invogliò con calma e quasi con dolcezza, stringendole la mano più forte che poteva, a riprendere a camminare. Anche in quel frangente in lei non ci fu nessuna reazione. Allora la prese in braccio e allungò il passo.

-Ehi… Ehi! Non voglio farti del male. Ascolta…

Assai colto di sprovvista, si girò verso la voce e ai lati del percorso sterrato vide un uomo. Era senza braccia e con un collare stretto al collo da cui pendeva un guinzaglio legato, seppur in maniera arrabattata, ad un braccino. Apparteneva ad un bimbo, quel braccino. Questo bimbo, emaciato in volto e dal corpo rachitico, stringeva nella sua mano destra una busta. Tossiva e sputava sangue e quell’uomo aveva lo sguardo implorante. Lo sguardo della bimba era sempre perso e catatonico. E però, a guardare quel bimbo, un po’ riuscì ridestarsi dal suo torpore.

-Ascolta un attimo… ti propongo… ehi no no no! Calma…! Calma…!

Lasciò rapidissimamente la bambina ed estrasse la pistola dalla cintura dei pantaloni e la puntò contro lo sconosciuto.

-Parla.
-Abbassa la pistola, amico… non voglio farti del male.
-Parla. Stanno arrivando e non ho tempo da perdere.
-Lo so che arrivano. Per fortuna so nascondermi bene.
-Lo vedo. Noi però no.
-Ascolta… mio figlio sta morendo di fame.
-Anche la mia, ha fame.
-Ma magari ha anche sete.
-Ne ha. Anch’io ne ho. Hai dell’acqua?
-Abbastanza.
-Quanta?
-Due litri.
-Abbastanza un cazzo.
-Ne ho altri dieci, di litri.
-Dieci litri.
-Dieci. Sì.
-Dove?
-Non te lo dico.
-Hai un rifugio?
-Se aspetti qui, ne vado a prendere altri cinque. In tutto sono sette. Tu cosa mi dai in cambio?
-Dove ce l’hai quest’acqua?
-Non te lo dico.
-Parla.
-Non te lo dico.
-Parla t’ho detto.
-Perché lo vuoi sapere?
-Non t’importa il motivo. Ad un uomo con la pistola non si fanno domande. Si risponde e basta.
-Se te lo dico, mi fai secco.
-Ti faccio secco comunque, figlio di puttana. E faccio secco anche il bambino.
-Non farci del male. Non fare del male a mio figlio. Ti prego.
-…
-Vogliamo solo mangiare.
-Parla.
-Promettimi che non ci farai del male.
-Te lo prometto.
-…
-…
-Dalle parti del mulino abbandonato.
-Quale mulino?
-A due km da qui. A nord.
-Poi?
-C’è una botola da quelle parti. Viviamo lì noi e se volete potere restare con..

Sparò due colpi. Uno al petto. L’altro allo stomaco. Quello s’accasciò a terra e morì. Il bimbo immobile. Come se nulla fosse successo. La bimba ricominciò a piangere. Il padre strappò dalle mani del bimbo la busta. Guardò cosa c’era dentro. C’era effettivamente una bottiglia d’acqua da due litri e la prese con sé e poi prese in braccio sua figlia. Si girò e riprese a camminare verso nord a passo svelto. Scendevano giù veloci, erano un fiume in piena, le lacrime della bimba. Avrebbe voluto fare amicizia con quel bimbo e sapeva che non sarebbe stato possibile. Si stava allontanando e allontanando e allontanando col papà. Aveva il mento poggiato sulla sua spalla. Salutò mestamente il bimbo con la manina e il bimbo ricambiò.

Andrea Costanza

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...