Sudo ed è lunedì mattina

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La vecchia e noiosa settimana lavorativa è cominciata.

Quasi speravo che non si presentasse.

E invece, eccola.

Vecchia e noiosa come un romanzo illeggibile e dalla trama merdosa di cui conosci a menadito tutto o quasi: antefatto ed epilogo e promesse e ingiustizie e fatti e circostanze e lì dentro ci sei tu.

Solo e insulso in un luogo ostile. Appesantito dal degrado e dalla fatica.

Può sorgere o tramontare, il sole. Può nevicare. Può piovere. Può cominciare una vita o la si può spegnere. Non fa differenza. Questo perché non t’importa di niente e di nessuno.

Sudo ed è lunedì mattina.

Porto il calzino dalla parte del piede destro e glielo faccio indossare.

Oppone resistenza.

Anche lui.

-Dai.
-Voglio un avvocato.
-Non lo puoi avere. Sei solo un piede. Te l’ho ripetuto un sacco di volte! Quante volte!
-Puttanate. Non mi ci faccio prendere per il culo, io.
-Non puoi avere un avvocato! Non puoi! Lo capisci?! Ti è negato!
-E io ti denuncio!
-Come fai a denunciarmi??? Come faaai???
-Vaffanculo!

Sbuffo. E lui comincia a piangere. Poi lo prendo alla sprovvista e zac: calzino indossato. Provo a far lo stesso col piede sinistro.

-Dai.
-Mi vendicherò.
-Fallo entrare. Su.
-Ti farò inciampare.
-Piantala.
-E ti farai anche molto male.
-Fallo entrare, Cristo!
-Guarda che la tua unghietta si sta facendo incarnita.
-Non me ne frega un cazzo! Fallo entrare, il calzino! Cazzo!
-E quando sarà bella grossa ti farò piangere dal dolore. Capito?
-Se potessi non ci andrei a lavoro! Io sono dalla vostra parte!

I calzini sono neri e mi guardano entrambi rabbuiati ed io ricambio fissandoli per una decina di minuti scarsi.

-Perché mi dovete rendere ancor più difficile la cosa?? Soffro come voi, ma non ci posso fare niente!
-Ti adegui.
-Sì, ti adegui e fai adeguare noi.
-Devo. Non posso fare altrimenti.

Prima di loro ad opporre resistenza sono stati il viso e le ascelle e l’uccello e prima di loro ancora han creato problemi a colazione i denti e la bocca e la lingua.

Mangiavo e bevevo e anziché mandar giù, i denti trituravano forsennati e la lingua impastava e la bocca scatarrava.

Non parlavano. Agivano e basta.

Poi il viso e le ascelle e l’uccello.

Io con l’acqua e il sapone da una parte e loro a fare i dispetti dall’altra.

Loquaci tutt’e tre.

Il viso.

-Toglimi fra gli occhi le cacchine, coglione. Vediamo se ci riesci.

Le ascelle.

-Lavami bastardo, levami la puzza del mattino fra le liane, proprio qui, butta butta, levami la puzza cipollosa, cipollosa come l’odore di cipolla di Acquaviva delle Fonti. Vediamo se ci riesci.

E poi l’uccello.

Nel bidè, col suo movimento di bacino e oscillante prima qui e poi lì, prima sulla destra e poi sulla sinistra.

Elvis the Pelvis. Uguale.

-Sei veramente ridicolo.
-Sono bello invece.
-Fai schifo.
-Più bello di te di sicuro.
-Anche tu mi stai facendo perdere un sacco di tempo!
-Cazzo che goduria!

E’ tardi e cerco di calmarmi. Non posso fare altro che calmarmi.

-Ti prego, non fare così. Aiutami almeno tu.
-Rimettimi le mutande. Sennò continuo.
-Ti devi lavare prima e poi potrai metterti le mutande nuove.
-Non se ne parla.
-Collabora. Devo andare a lavorare.
-No! Voglio rimanere puzzoso e nullafacente! Non voglio fare un cazzo, lo capisci???
-Ti capisco!!! Io ti capiscoooo!!! Ma non posso fare altrimentiii!

Mi sono rimaste le gambe e le braccia.

I jeans riescono ad entrare. Con calma ma entrano. Con la minima distrazione te li vedi arretrare per colpa della gambe e però, le gambe, per fortuna, non mi pare che vogliano rendermi la vita ancora più complicata di quanto non lo sia già. Dopo poco accettano di buon grado. Jeans indossati.

-Una cortesia, ragazzi.
-Dimmi.
-Dimmi.
-Convincete i piedi. Le scarpe aspettano.
-Tranquillo, ci pensiamo noi.

Ci riescono sussurrando malinconicamente, benché in modo persuasivo, ciò che andava detto ai piedi stronzi.

Infine le braccia. Rimangono solo loro.

Smagrite. Mi si vedono più del solito, le vene. Sono gonfie.

A fatica le braccia permettono al mio petto e alle spalle di vestire una maglietta di cui dovrei disfarmi. Ormai ha fatto il suo tempo.

Sudore. E’ già in un bagno di sudore.

Andrea Costanza

2018: Fuga da Bologna

Memore dell’intramontabile capolavoro di John Carpenter, “1997: Fuga da New York”, immagino ivi per voi un’avventura balzana, ed eccomi allora qui, nella mia casa, ubicata in piena periferia bolognese e circondata da un giardinetto che or che è primavera rifiorisce rigoglioso quanto la fantasia più giocosa.

È tarda notte e non si ode un solo ronzio di mosca. Tutti tappati nelle loro case, e io che davanti alla scrivania, col PC spento, soffro come sempre d’insonnia e rimugino. Al che, nel silenzio più assordante, come si suol dire, sento trillar il telefono. Eh sì, nonostante sia provvisto di cellulare, come si confà a un uomo di questi tempi, ho anche il vecchio telefono coi fili. Mi scoccia liberarmene, ne sono affezionato. Sì, ho ancora quello della Tim. Ma erano oramai anni che non squillava, tutti i miei amici mi chiamano al mobile, nessuno più al fisso, solo quando rompono le palle quelli della pubblicità… ma la pubblicità non può essere a quest’ora. Stordito, perplesso, persino un po’ impaurito vado trafelato a rispondere.

– Mi ascolti. Deve recarsi in Piazza del Nettuno fra un’ora netta. In casa sua è installata una micro-carica. Ha solo tre ore di tempo per portare a termine la missione che ora sto per riferirle e per la quale è stato scelto.
– Che sta dicendo? Lei chi è?
– Non faccia domande e segua le mie istruzioni, non c’è tempo da perdere.
– No, guardi, è uno scherzo di cattivo gusto ma ora butto giù e, se proverà a richiamarmi, chiamo la polizia.
– Ok. Ma prima sposti lo sguardo ora verso la cucina, accenda la luce e guardi cosa c’è attaccato al suo lampadario.
– Addio, idiota.

Cazzo, cinque minuti dopo m’accorgo che sul lampadario c’è davvero una spia accesa intermittente e fa uno strano suono che mi martella. E se quel tizio non scherzava? Mentre sono assalito da questi pensieri, ecco che risuona il telefono.

– Ha visto la spia? È collegata alla micro-carica. Passate le tre ore, la sua abitazione esploderà.
– E che devo fare? Mio dio!
– Si rechi in Piazza del Nettuno, il sindaco è stato rapito, e lei deve salvarlo dalle grinfie dei manigoldi brutti, sporchi e cattivi.
– Io dovrei salvare il sindaco? Perché io?
– Perché sì. Basta ora con le domande. Mi ha già stufato. Forza, accorra in piazza.

Sono in pigiama, in tenuta notturna, dunque mi svesto e mi rivesto coi primi abiti che trovo nell’armadietto. Scendo le scale, e accendo la macchina. Sì, ma non posso entrare in centro a quest’ora. Tutto il centro è perimetrato dalle 20 in poi dalle videocamere. E non ho il permesso per parcheggiare in zona. Chissà che multa potrebbero farmi. Parcheggerò in zona universitaria, l’unico posto accessibile e, in fin dei conti, non è lontano dalla Piazza. Solo due chilometri. Due chilometri, cazzo, su per giù, forse un chilometro, o un mezzo metro in meno.

Ok, sono arrivato. A quest’ora i posti sono tutti liberi. Molto bene. Ah, ho parcheggiato di traverso, la gomma anteriore collima con la linea di “demarcazione”. Chi se ne frega. No, mi frega, ci manca solo che mi sanzionino per questo. Adesso corro a perdifiato.
Oddio, mi sta prendendo un infarto. Ma quanto manca ancora?
Un barbone sotto i portici, anche lui insonne, mi ferma…

– Signore, aspetti. Ha qualche spicciolo?
– Domani te lo do, ma fatti trovare verso le dieci di mattina, non credo che passerò in zona di notte per molto tempo. Forse mai più.
– Alle dieci ha detto? Ci sarò. Buona vita, capo.

Quando arrivo in piazza, mi risveglio nel mio letto e m’accorgo che è ancora notte fonda. Accendo la tv. Sì, abbiamo il nuovo Governo. Temo che avremo e patiremo molti notti buie. Intanto vado a prepararmi un caffè e mentre la caffettiera fischia ecco che nuovamente squilla il telefono.

– Pronto? Chi è?
– Lei non ha portato a termine la missione. Che ci fa a casa?
– Ancora lei?! Allora non era un sogno!
– No, è un incubo e quanto prima deve tornare in piazza. E salvare il Sindaco.

Maledizione. Alzo lo sguardo sul lampadario, ops, c’è la spia che tambureggia. Il suo suono è insopportabile. Fisso l’orologio. Manca solo un’ora. E ora come faccio? Già solo per arrivare in zona universitaria mi occorrono venti minuti. Sì, a quest’ora le strade sono deserte ma poi devo parcheggiare e farmi tutti i portici a piedi.

Esco di casa e dopo mezz’ora di itinerario ecco che ribecco il barbone. Poi, dall’altro lato del porticato, noto qualcuno. Mi fissa attentamente un uomo con una benda su un occhio, è a torso nudo e sul basso ventre ha il tatuaggio di un serpente snodato.

Attraversa sulle strisce pedonali, anche se ripeto a quest’ora per strada non c’è nessuno e di macchine neanche a parlarne. Mi si avvicina e mi dice che è l’incarnazione di Jena Plissken. Io ridacchio, lui mi afferra la mano, sussurrandomi che sa leggermi il futuro. Quindi, mi chiede se ho da accendere. Gli porgo l’accendino, lui ringrazia, aspira con voluttà, poi mi dà una pacca sulla spalla.

– Ti sei messo in un bel casino, amico. Su, che aspetti? Affrettati. Hai un sindaco da liberare.
– E tu come fai a saperlo?
– Io so tutto e me ne frego altamente. Me ne fotto dei vostri politici. Questa città sta collassando, sta cadendo a picco, guardati intorno. Che degrado sovrumano, roba postatomica. E la gente, tutta contenta, continua a credere a questi padroni. Roba da pazzi. E poi il pazzo sarei io. Adesso ti saluto. Buona caccia, amico.

Eccomi di nuovo in piazza ma ora che devo fare? Perché mi hanno spedito qua? Non me lo ricordo più.

Nuovo risveglio.

Ho dormito tanto. Sono le dieci di mattina. Di nuovo il drin drin del telefono.

– Chi è?
– Buongiorno, mio cittadino pregiato. Sono il sindaco. L’aspetto in comune fra due ore esatte. Insomma, per mezzogiorno. Dobbiamo festeggiare.
– Buongiorno, sindaco. Ma a che pro?
– Devo ringraziarla per avermi salvato. Forza su, si faccia bello, per pranzo ci sono i tortellini. Le piacciono, no?
– Preferisco le lasagne.
– No, tortellini alla panna. Non mi dica che rifiuta il mio invito.
– Ci mancherebbe.
– A presto, allora.
– A presto.

Stefano Falotico

 

Mi si alza secondo te?

Photo by Craig Whitehead on Unsplash

-Di che stavamo parlando prima?
-Prima quando?
-Prima.
-Prima di ora, si riferisce lui.
-Scoliamoci il bicchierino. Ce lo ricorderemo dopo.
-Già. Beviamo.
-Ce lo scordiamo, sentite a me.
-E allora che si fotta.
-Già. Che si fotta prima di ora.
-Che si fotta prima di ora!

Un due tre e mandiamo giù tutto d’un fiato ed eccolo lui che ricomincia.

Bam bam bam bam bam.

Ciccio che sbatte ripetutamente il bicchierino sul bancone. Lo fa sempre. Poi si calma.

Faccia arrabbiata. Faccia frustata. Le nostre, quelle mie e di Carlo, non sono da meno.

Appuntamento serale con i colleghi di lavoro. Padri di famiglia. Con moglie a carico. Figli a carico. Debiti a carico.

A quanto pare non sono l’ultimo stupido di questa terra, io. No no. Col cazzo che mi ci infilo in quel sacco di culo. Diciamo che…

-Si dice cul de sac.
-Chi parla?
-Il tuo neurone.
-Ciao. Perché mi parli?
-Perché voglio andare a casa. Mi sono rotto. Paga e vattene.
-Hai ragione.

Mi gratto i capelli con la testa poggiata sul balcone e con lo guardo schifato. Poi abbasso il capo e vedo così, d’improvviso, una 50 euro tutta sola soletta, lì per terra. Mi ci butto a capofitto come se avessi visto Sofia Cucci a pecora e cado come un coglione e la gente ride e a me no, non vien da ridere. Polvere in bocca. La sputo trasbordando saliva a gogò.

Allucinazione di merda.

Siamo in tre. Tutt’e tre magazzinieri. Stanchi morti. Palpebre che cadono. Scorregge che scorreggiano. Rutti che ruttano. Dopo 12 ore quotidiane di fatica ogni santissima sera ci ritroviamo qui e quando ci ritroviamo qui beviamo fino a scoppiare e quando beviamo fino a scoppiare ci vien voglia di confonderci nel whisky e sparire.

Siamo seduti sullo sgabello di fronte al bancone. Cinzia, la cameriera, ci guarda e si sfrega le mani aspettando che ordiniamo nuovamente. Non abbiamo mai il coraggio di andare a dormire. Ci vien sempre da pensare alle nostre catene. Ce le sentiamo addosso. Pure dentro le coperte. Non ci mollano manco per il piffero e quando ci penso mi vien da piangere, però sono stanco, troppo stanco e ubriaco e non mi riesce mai. Dico di piangere.

-Jack!
-Jack!
-Anche per me. Grazie.
-Che hai detto?
-Cos’ho detto?
-Sembri un frocio. Perché hai detto “anche per me grazie?”
-Già. Perché l’hai detto?
-Non si dice. Qui non si dice. Si dice: “Jack!” e stop e lo devi dire forte. Petto e uccello in fuori. “Jack!”. Fallo. Fallo!

Bam bam bam bam bam.

Di nuovo col bicchierino.

-Ok…”Jack!”
-Più forte.
-Basta con queste puttanate, dai.
-PIUUUUUU’ FOORRRRTEEE!
-”JAAAACK!”
-Bravo. Così mi piaci. Non in quel senso. Nel senso che non sono frocio.
-Lo so che non sei frocio.

Arriva. Alla velocità della luce. I polli da spennare son serviti.

-Sul serio, ragazzi. Parliamo di qualcosa.
-Non me ne frega un cazzo di parlare.
-Neanche a me.
-Non voglio farmi le seghe qui ma qui. Capisci?

Mano dalla tempia all’uccello. Come a dire: sono intellettualmente incapace ma eccelso onanista, perciò levatevi di culo.

Passa una tipa che si crede Sofia Cucci ma non è Sofia Cucci, è un water catatonico, un orsacchiotto cessacchiotto, per giunta truccato come un pagliaccio da circo.

-Lascia perdere. Tanto non ti si alza.
-Che hai detto?
-Che non ti si alza.
-Stronzate. Mi si alza eccome.
-Ma dai.
-Che stai dicendo? Vaglielo a dire a mia moglie.
-Già fatto. Niente male, tua moglie.

Pugno in faccia. Carlo come un salame cade a terra e ci rimane. Poi Ciccio si gira e mi guarda aggrottando le sopracciglia.

-Mi si alza secondo te?

Deglutisco.

Il padrone del bar, incazzato come un grizzly, ha il dito puntato contro noi due. Carlo è ancora lì. Ha perso i sensi. Poveraccio.

-Basta, cazzo! Basta! Vi caccio fuori a pedate nel culo! Ogni sera è la solita storia! Quel tappeto l’ho pagato io, non voi! Ora quello vomita come una bestia e se vomita son cazzi vostri! Me lo ripagate, quel tappeto! Fatelo alzare!
-Sta’ zitto. Non vomita, tranquillo. Allora. Torniamo a noi.
-Dimmi…
-Mi si alza secondo te?

Deglutisco.

-Beh… perché non dovrebbe.
-Spiegamelo tu. Sei tu il saputello.

Faccia arrabbiata. Faccia frustata. Col punto interrogativo dipinto in faccia.

-Alimentazione corretta, sport ed equilibro psicofisico et voilà, il pisellino vola.
-Mangio di merda e non faccio sport manco se scende San Giuseppe. E poi mi faccio un culo così in quel cazzo di lavoro dalla mattina alla sera, quando dovrei farlo, lo sport?
-Bene. Stessa situazione.
-E il tuo pisellino come sta? Vola il tuo pisellino? Voglio capire. Voglio capire se vola. Non te lo dico perché…
-… perché sei frocio. Lo so. Tranquillo, stiamo intrattenendo una conversazione fra maschi. E’ normale.
-Bravo e allora se è normale spiegami se vola o no.

Smorfia scomposta, la mia.

Mi gratto i capelli. Incurvo le spalle. Sbuffo. Anidride carbonica portami via.

Mi giro.

Non ci posso credere. Sto sognando. Non mi trovo in questo cazzo di posto.

E’ lei? E’ lei.

Sofia Cucci.

Sofia Cucci è qui.

La vedo. Non è un’allucinazione. No no. Non può essere.

E’ lei. E’ proprio lei. Porcellina come sempre. Seduta sullo sgabello. In bikini. Mi fa l’occhiolino.

-Oh! Perché non rispondi? Che stai guardando?
-Un attimo. Fammici pensare. Mi sto concentrando.

Poi si alza, Sofia. Mi suggerisce di seguirla col suo ditino.

-Dove cazzo vai?
-Ti giuro che dopo ti rispondo. Aspettami qui. Anzi, non mi aspettare.

Chinaski

(Andrea C.)

 

La notte del mondo

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“Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero”

(Martin Heidegger, Sentieri interrotti)

 

Una mano sul volante. L’altra sul cambio.

Abbasso il finestrino.

L’aria puzza di bruciato.

Lei sempre con quel cazzo di cellulare in mano. Si fa i selfie, Ava. Eva, per gli amici. Il suo volto viene irradiato dal bagliore dello smartphone. Le dico di smetterla. Chiedo cortesemente di piantarla. Non mi ascolta. Sta sempre a fotografarsi il culo e poi le tette e poi quel muso a piccione che si ritrova, il tutto da allegare con cuoricini e bacini e orsacchiotti del cazzo perché crede sia di vitale importanza per la sopravvivenza dell’umanità condividere in pubblica piazza, ovvero su internet, la sua mercanzia.

-Che cosa guardi?
-Il mare.
-A me non sembra.

Solo quando mi rendo conto che la macchina sta per sbandare riesco a distogliere gli occhi dalle sue gambe.

-Sono un romantico. Non l’hai ancora capito, tu.
-Non è vero. Sei la persona meno romantica che conosca.
-Oggi è il mio compleanno.
-Lo so. Stiamo andando a farci una pizza, giusto?
-Giusto.
-Quindi?
-Quindi aspetto il tuo regalino.
-Non ho nessun regalino da darti.
-Guarda che l’ho capito.
-Hai capito cosa?
-Con quelle addosso, vuol dire che hai deciso di darmela.
-A cosa ti riferisci?
-Ti si vedono le autoreggenti.
-Non è vero che si vedono! Non è possibile! Ho la gonna lunga!

Ride, Ava. Poi si tocca. Si controlla.

-Come hai fatto a vederle?
-Infatti non le ho viste. Le sto vedendo ora.
-Bastardo.
-Con quelle addosso è un po’ come lasciare sul regalo un biglietto con su scritto: “Tanti auguri di buon compleanno, spero che il mio pensierino sia di tuo gradimento”.

Leggero risolino, coperto subito dalla sua mano destra. Ricambio. Ma solo per poco.

-E lo è?
-Lo è.

Altro risolino. Scuote la testa portandosi la mano destra sulla tempia e poggiando il braccio lungo i margini del finestrino.

-Ammesso che tu abbia ragione… resta il fatto che prima devi aprirlo il regalo e per aprirlo devi darti da fare. Devi sudare.
-Sudare? E per cosa?
-Per sedurmi. Ovvio.
-Mi son messo la camicia bianca e la giacca avana, stasera. A te piace vedermi vestito così e ho pensato di farti contenta. Basta?
-Non basta.
-Non mi sono fatto la barba perché a te la barba piace. A me pesa portare la barba. Altro compromesso. Basta?
-Non basta. Troppo poco. Devi sudare.
-Fatti bastare il sudore che ci metterò per scoparti.
-Maiale! Sempre il solito maiale! Ma con chi credi di avere a che fare? Con una puttana?
-No. Con una donna.
-Ecco, siccome sono una donna e non una puttana voglio che tu mi faccia sentire speciale.
-Speciale come?
-Speciale. Come può esserlo una donna speciale.
-Ma tu non sei speciale.
-Ah… no?

Il suo volto si fa improvvisamente cereo e impietrito. Come se avesse appreso la notizia di un lutto.

-In cosa dovrei dirti che sei speciale? In cosa noi esseri umani ci dovremmo sentire speciali? Solo perché ci crediamo l’ombelico del mondo? Come tutti gli animali di questa terra siamo solo dei pezzi di carne. Carne non sviluppata e non pienamente evoluta e che sta andando a male. Basta?
-Fai il filosofo da quattro soldi mentre sei solo un vigliacco senza palle.
-Può essere.
-Non ci sai fare con le donne. E’ inutile. Sei irrecuperabile.
-Sono irrecuperabile nel dire la verità.
-La tua verità. E’ la tua verità. Non è detto che sia quella giusta.
-Intanto la dico.
-Intanto sei uno stronzo e continuerai a farti le seghe. Stupido. Coglione. Senza palle. Vaffanculo. Vaffanculo!
-Leva quel cellulare.
-No.
-Quella luce mi dà fastidio.
-Chissenefrega.
-Non fare la bambina.
-Non faccio la bambina! Non dire che sono una bambina!
-Quante volte t’ho detto prima di levarlo???
-Col mio cellulare faccio quel che voglio.
-Mi hai fatto venire il mal di testa. Ochetta del cazzo.
-Come mi hai chiamata???
-Ochetta del cazzo.

Mi arriva un pugno sulle palle.
Improvviso.
Inatteso.
Palla sinistra andata.
Palla destra peggio.

-Ben ti sta. Ochetta del cazzo vaglielo a dire a qualcun’altra! Non a me!

Il volto mi si è gonfiato.
Il dolore è insopportabile.
Mi sento di svenire.
Mi manca il respiro.

-Te l’avevo detto! Non hai le palle!

Stringo i denti. Poi con un gesto di stizza le prendo il cellulare senza che lei possa obiettare e glielo butto dal finestrino.

-NOOOOOOOOOOOOOOO! CHE HAI FATTOOOO?

Col viso affranto mi guarda e poi pian piano sparisce.

E’ andata via. Anche la serata è andata. Chissà quando ritornerà, Ava. Il buio ha preso il posto della penombra. Il mal di testa mi è improvvisamente passato ed eccomi solo con me stesso. Guardo dal finestrino. Solita puzza di bruciato che ammorba l’aria insinuandosi fin dentro i polmoni. Il mare non si vede. Le stelle e la luna paiono scomparse. Vedo la notte del mondo che avanza.

Meglio guardare altrove.

Ma dove?

Dove c’è luce, verrebbe da pensare. Con le sue illusioni. Con le sue speranze. Col suo calore. La luce, qualunque essa sia, di qualunque natura essa sia, ci rassicura e però ci inganna proprio perché è finto, non esiste, quel tepore. O se esiste è debole, effimero, dura il tempo di un selfie luccicante con dentro quei sorrisi di merda. Io odio i selfie. E odio i sorrisi di merda.

Continuo ad avere una mano sul volante e l’altra sul cambio. La strada è deserta. Tutt’intorno anfratti e sobborghi e tornanti e distese che non mi dicono niente.

Porca di quella puttana.

Mi sono perso.

Attilio

(Andrea C.)

Chi cazzo c’è nel mio bagno?

La serata stava andando discretamente bene con Pascal e la mia frittata di cipolle e i miei cannoneggiamenti a base di gas nervino. Fino a quando non sento un rumore di pisciatina provenire dal bagno. Strano. Mi insospettisco. Poso delicatamente, senza far rumore, la frittata e i “Pensieri” di Pascal sul comodino. Aguzzo le orecchie. Non è un’impressione. La sento. La pisciatina c’è. E aumenta anche d’intensità. Il mio cane Ziza, è vero, adora il mio cesso ed io glielo lascio usare per risparmiarmi le passeggiatine del cazzo, teoricamente quindi potrebbe essere lui ma non è lui, non può essere, è uscito con quelli della sua comitiva per poi spassarsela con Sissi, la barboncina con cui se la fa, dico, se la fa in tutti i sensi, beato lui, senza doverla sedurre. Trasecolo. Comincio ad agitarmi.

Chi cazzo c’è nel mio bagno?

Tranquillo, mi dico. Stai tranquillo. Non tremare. Non fare la femminuccia. Non perdere la calma. Hai la mazza da baseball sotto il letto.

Prendila.

Presa.

Ora ce l’hai in mano.

Bene. Cerchiamo di razionalizzare.

Può essere un malintenzionato.

Può essere un malintenzionato che vuole derubarmi.

Un malintenzionato che vuole derubarmi ma magari poco professionale. Non è possibile che un malintenzionato professionale che vuole derubarmi senta l’esigenza di concedersi nel mio cesso una pisciatona di quelle della madonna.

Sentilo come piscia.

Magari è un malintenzionato incontinente.

Magari è un malintenzionato con problemi alla prostata.

O magari non è un malintenzionato ed è solo un incontinente senza problemi alla prostata, oppure ce li ha i problemi alla prostata e non vuole ammetterlo a se stesso perché è troppo fragile. Ma se è fragile e non è un malintenzionato professionale, chi potrà mai essere?

Magari è costretto a recitare la parte del malintenzionato solo perché una società ingiusta e iniqua lo spinge a derubare uno a caso, caso volle proprio me, poveraccio come lui.

Può essere. Tutto può essere in questo mondo.

A pensarci bene se fosse un serio e professionale malintenzionato non verrebbe qui a fare il malintenzionato. Non c’è un cazzo da rubare, qui. Se fosse serio e professionale, non vorrebbe a rompere il cazzo a me. Non ho un euro. Non ho niente. Non sono niente. Mio padre è morto con le pezze al popò. Mia madre ce le ha ancora le pezze al popò ma ha anche l’Alzheimer, non capisce più un cazzo, non ricorda nemmeno come si chiama, ha il cervello spappolato, mia madre. Mio fratello ha la grana ma è uno spilorcio, non muoverebbe un dito per me. Ammesso che ce l’abbia ancora, la grana. Tra debiti di gioco e divorzi sul groppone con alimenti da pagare figuriamoci se tirerebbe fuori la grana per pararmi il culetto. Se così fosse, sarei fottuto. Fottutissimo.

Forse non è un malintenzionato normale. Forse è uno psicopatico. Un fuori di testa. Come nei film horror americani dove il killer sbuca all’improvviso senza un valido motivo per far male essendo il Male, essendo l’incarnazione stessa del Male del mondo e magari anche della middle class in declino. Magari ha anche un pupazzo appresso che parla al posto suo come nei film della saga di Saw e non vede l’ora di sottopormi un indovinello dei suoi; nel caso non rispondessi bene cosa mi farebbe, Billy il pupazzo? Farebbe di me carne di porco. Già lo so. Forse mi taglierebbe solo l’uccello. Non ci voglio pensare. Tengo troppo al mio uccello. Toglietemi tutto ma non il mio uccello.

Magari sto sbagliando.

Magari non è un malintenzionato.

Magari, vai a vedere, è una creatura magica.

Forse questo mondo folle ci riserva ancora delle sorprese. Forse ci riserva della magia non espressa.

Magari ha ragione Jack Burton.

Grosso Guaio a Chinatown.

John Carpenter.

Mitici anni 80.

E’ un film che conosco a memoria se non altro perché lui, Jack, era il mio idolo.

Avevo 10 anni.

Consumai la videocassetta a furia di vedere quel film. A quei tempi lo imitavo abbastanza bene, Jack. Mio padre veniva a prendermi da scuola col suo camion, col suo “Pork-Chop Express”. Faceva il camionista all’epoca, mio padre. Sempre col broncio. Sempre incazzato.

“Qui è Jack Burton, del Pork-Chop Express, che parla a chiunque sia in ascolto.”

Immaginavo di avere un microfono e lo imitavo piuttosto bene, Jack Burton. Mio padre non capiva. Non capiva mai.

“I consigli del vecchio Pork Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando i fulmini lampeggiano, i tuoni rimbombano e la pioggia viene giù in gocce pesanti come piombo. Basta che vi ricordiate cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo. Sì, il vecchio Jack Burton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e dice: ‘Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura’ ”

Nel frattempo piscia, l’amico nel cesso che non è sicuramente un ciclone. Non la smette di pisciare. Le cascate del Niagara, questa piscia. Non finisce mai.

Magari l’amico che piscia è davvero una creatura magica fuggita da un universo magico e alternativo. Magari ha affrontato un viaggio magico spaziotemporale per venire a trovare me. Che però non sono magico. Al massimo è il mio uccello ad esserlo.

Chi potrebbe essere mai questa creatura magica?

Uno gnometto magico?
Un folletto magico?
Un nanetto magico?
Un elfetto magico?

Magari è uno fra questi.

Magari è venuto a recapitarmi un messaggio magico. Magari è venuto a comunicarmi che sono stato scelto per salvare il suo mondo magico in balia di un mostro terribile e figlio di puttana, il più figlio di puttana di tutti. Magari si sta concedendo una pisciatina magica prima di trovare le parole magiche da usare col futuro eroe magico della resistenza magica.

No. Tutte stronzate.

Sento azionare la catena del cesso. L’acqua del cesso esce impetuosa. Avrà finito di pisciare, sì?

-Lei, buonuomo, si segga e stia tranquillo. Colga il divertissement.

Un brivido sulla schiena. Mi volto piano verso la mia destra. Tremo come una foglia. Qui accanto. Un uomo dalla parvenza strana. Mi guarda tranquillo. Steso sul mio letto. Quasi a volersi godere lo spettacolo della porta del cesso, parallela al mio letto, che dovrà aprirsi prima o poi.

Capelli lunghi. Camicia di pizzo. Addobbatissima. Pantaloni a sbuffo. Stivali.

-Scusi, lei chi è?
-Blaise Pascal.

Poso la mazza da baseball per terra. Poi prendo il libro dal comodino. Lo apro e lo sfoglio e vedo il ritratto del viso di Pascal. Spiccicato. Tremo come una foglia. Le palle mi si sono ammosciate ancora di più. Il groppo in gola è peggiorato.

-Signor Pascal… voglio dire… è … dico… un onore averla qui. Non mi aspettavo di averla qui… mi trova impreparato… averla qui… Perché lei è qui?
-Non lo so nemmeno io. E’ capitato. Non ci pensi. Non pensiamoci.
-No, cercherò di non pensarci…
-Bravo. Posso chiederle una cortesia?
-Ma prego! Tutto quello che vuole!
-La sua frittata di cipolle. Ha un aspetto graziosissimo. Regale. Potrei assaggiarla?
-Come no… Anzi… può mangiarla tutta.
-Ma grazie, grazie buonuomo! Vedo che lei sta leggendo il mio libro…

E’ un sogno del cazzo. Sicuro è un sogno del cazzo.

-Si segga. Stia tranquillo. E’ casa sua, buonuomo. Colga il divertissement. Lo colga. Godiamoci questa distrazione seppur effimera perché prima o poi qualcuno uscirà.
-Eh… e se fosse un malintenzionato? Uno psicopatico? Un disgraziato? Uno gnomo? Un folletto? Un nanetto? Un elfetto? Che facciamo?
-Quel che sia e sia. Gli offriamo un pezzo di frittata di cipolle.
-A proposito com’è?
-Buonissima. Maraviglia del creato. Davvero speciale. Luigi XIII e il figlio se le sognavano frittate di tal livello. Complimenti vivissimi.
-Grazie. Sono davvero onorato.
-Dia retta a me. Si segga sul suo letto. Stia tranquillo. Aspettiamo cosa succede. Distraiamoci. Distrarsi sempre. “Se la nostra condizione fosse veramente felice non occorrerebbe distrarsi dal pensarvi” (70-165, “Pensieri”). Chiaro?
-Chiarissimo. Però non me lo deve ripetere perché sennò… ci penso. Eh.
-Ha ragione. Excusez-moi.
-Ma si figuri. Vuole un po’ di pepe sulla… frittata?
-Grazie. Lo gradisco.
-Anche un po’ di vino per mandar giù il boccone?
-Sì. Gradisco anche il vino.

Attilio

(Andrea C.)

La Bologna biancorossa. Dal Santuario della Madonna di San Luca a via Stalingrado

Pochi giorni fa a Bologna si è tenuta la consueta processione annuale in onore della Beata Vergine di San Luca. Ed io voglio parlarvi, nel mio stile bruciante e perfino avventuroso e aneddotico, proprio del Santuario della Madonna di San Luca da cui la suddetta processione è partita. Questa chiesa baroccheggiante è collocata su un colle molto alto di Bologna, a sud-ovest del centro storico della città degli Asinelli, ed è raggiungibile da Porta Saragozza, svicolando poi dal cosiddetto Arco del Meloncello. Al che ecco che un lunghissimo, interminabile porticato sacro s’inerpica e snoda serpentesco lungo la strada e, fra scalini ripidissimi, piccoli “lucernari” incastonati nel marmo, si arriva all’edificio, che potrebbe ricordare la celebre abbazia de Il nome della rosa di Umberto Eco. Una gigantesca costruzione marrone che si staglia prominente ed è visibile praticamente da tutte le zone pianeggianti di Bologna. Svetta monumentale a illuminare i verdeggianti colli di Bologna, sì, non vi sbagliate, proprio quelli citati appunto da Cesare Cremonini all’epoca dei Lunapop…

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi… 
Ma quanto è bello andare in giro per i colli bolognesi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi… 
La scuola non va… 
ma ho una Vespa una donna non ho… 
ma ho una Vespa 
domenica è già… 
e una Vespa mi porterà…
fuori città! 

E forse Cremonini si riferiva alla via alternativa per raggiungerla, ovvero quella percorsa dai podisti di ciclismo, quella più contorta e infinita, che si fa risalendo il Colle della Guardia per via di Casaglia. Attenzione, Casaglia, non Basaglia, anche se va detto che il “re” dei matti potrebbe benedire tanti uomini persi che si recano qui in pellegrinaggio in cerca della salvazione della propria anima impazzita o maniacalmente religiosa e misticamente deragliante come questo percorso di ville di ricconi, parchetti, erbetta ove molti ragazzi van “discretamente” a fumarsi le canne…

Da adolescente era un mio appuntamento fisso fare un giro da quelle parti e mi ricordo che, al sopraggiungere di Settembre, io con la mia squadra di calcio mi recavo “in loco” per la preparazione atletica pre-campionato, scalando chilometri di strada per irrobustirci i muscoli delle gambe e sviluppare quei tonici polmoni che ci sarebbero serviti per tante partite invernali e stagionali. Ah, da quella vetta, appunto, che vista mozzafiato… San Luca, col tempo, com’era prevedibile, essendo meta molto visitata, ha attratto ristoratori, bottegai e gelatai che si son accalcati intorno a essa per guadagnare tanti bei soldini. Peraltro, il gestore di un ristorante a pochi metri dalla basilica, luogo del quale non faremo il nome per non cadere in pubblicità subliminale e occulta, sostiene che il suo gelato artigianale sia l’unico al mondo a essere confezionato in quel modo gustoso e appetitoso, gelidamente sfizioso che lui ritiene geniale. Mah, se lo dice lui, a me è sempre parso un gelato troppo zuccheroso peggio dei libri di Moccia. Poi, a San Luca potete portare la vostra ragazza e ammirare con lei, al calar della sera, il rosso, sognante, innocente tramonto. Ah ah, si fa per dire… Sì, quando sorge il plenilunio, alla faccia dei preti, le coppiette tutt’attorno si appartano perché son così giovani e quasi puberali che i loro genitori potrebbero spiarli nei troppo controllati appartamenti… e allora qui, liberi, in mezzo alla vegetazione e tra zanzare e mosche, posson tirar giù le false tonache… e intonare allegri canti amoreggianti di alleluja

Ecco che da tutt’altra parte, in una zona di cemento armato spaventoso, alberga Via Stalingrado, e lì staziona spesso la Festa dell’Unità, al Parco Nord, uno spiazzo gigantesco ove si tengono sovente concerti metal e ove ora risiede l’Estragon Club, “cascina” allestita appositamente per esibizioni di band per pazzi scatenati. Sì, lì potrete perder la bussola al ritmo scudisciante di musica allarmante, e poi bere ubriachi di sesso da consumare nei bagni poco profumati ma di vodka esuberanti da uomini tosti di pancia. Eh sì, giù di balli con le belle…

Via Stalingrado è dunque nota per essere la patria dei sinistroidi anarcoidi, e infatti il lungo viale è costeggiato da prostitute dell’Est, tutte “in tiro” per la gioia dei “russi” più sfrenati.

Insomma, a San Luca metaforicamente ci sta Fernandel, o forse il Don Camillo guascone e dolce del divertente remake con Terence Hill, Via Stalingrado invece è la terra di Peppone, gran “pippaiolo”. La leggenda vuole che Bologna sia a predominanza rossa, ma io sto nel mezzo, forse al cinema, a gustarmi un film di Clint Eastwood.

Stefano Falotico

La sagoma nera

Photo by tertia van rensburg on Unsplash

Prese la via di casa dopo aver passato una dura giornata di lavoro. Scrutando l’orizzonte s’imbatté in fabbricati fatiscenti, abbrutiti, ricoperti di luminosi e artificiali cartelloni pubblicitari; abbassò lo sguardo, la strada dalla doppia corsia era ricoperta da un manto di lercia fanghiglia che si era venuta a creare a causa dello sfrecciare impazzito delle automobili. Dalle loro marmitte fuoriuscivano corpi gassosi, neri come la pece. Il fetore rimaneva lì, mentre la loro esalazione, lenta e inesorabile, si alzava nel cielo livido. I guidatori respiravano con l’affanno, sudaticci e nervosi, oramai ottenebrati dalle urla, dai clacson, dagli sfoghi dei rumori metropolitani. Una volta arrivato nel suo monolocale, decise di stendersi sul letto. Lo abbracciò e appoggiò la sua guancia sul cuscino. Era esausto.

Il gocciolio del lavandino della cucina seguitava a scandire il tempo a intervalli regolari, proprio come un orologio impegnato a ritmare i secondi, i minuti, le ore. Il tempo non passava mai. Anche domani si lavora, devo svegliarmi presto, pensò. Intorno a sé sentiva il fiato del freddo che s’aggirava silenzioso tra i meandri della casa. Le luci e i rumori della città entravano dalla finestra per ricordargli che era vivo, accarezzandogli di striscio gli occhi e il volto. Dalla sua finestra, con la coda dell’occhio, notò un ramo di un albero scheletrico che intristito lo salutava, ma egli non ricambiò.

Prese la bottiglietta d’acqua posizionata sul suo comodino e bevve qualche sorso; non sapeva se fosse amara l’acqua o se invece fosse la sua bocca, impastata dal tedio, ad essere incapace di placare la sete. Accanto c’era anche un panino che aveva preparato la mattina stessa, prima di recarsi a lavoro: ogni giorno mangiava il medesimo panino, con lo stesso e identico companatico. Non aveva più fantasia. Aveva perso il piacere di cucinare, di parlare, di pensare, di ridere e scherzare. Aveva perso tutto. Ma non lo sapeva.

Quel panino lo sbranò a morsi. La saliva trasbordava dalla sua bocca. Inquieto, masticava e deglutiva come un animale. E mentre lo divorava, ripensava a quel che era successo a lavoro. Rimuginava, covava rancore e rabbia, ben consapevole che lo stesso strazio si sarebbe ripresentato il giorno dopo. E ancora il giorno appresso. E poi l’altro. In quel momento, attorno a lui, l’autorità esercitata dal buio era troppo forte. Il silenzio della notte gli risultava insopportabile. Pensava, s’avviliva e guardava il neon ricoperto di polvere che illuminava solo un piccolo tratto di cucina e di stanzino; lì vicino il corridoio attiguo alla porta d’ingresso non si vedeva.

Poi successe qualcosa. Ad un tratto in quell’angolo parzialmente illuminato vide una sagoma nera. Un manichino. Apparve all’improvviso. Il suo viso era totalmente sprovvisto di tratti somatici; le sue braccia e le sue gambe affusolate apparivano scoordinate rispetto al suo corpo esile e alto. Si trovava lì, immobile. Era mostruoso.

Non voleva credere a quel che stava vedendo. Voleva scappare, voleva correre fino a perdere il fiato, ma non riusciva a muoversi. Era come incatenato a quel maledettissimo letto: si sentiva intimidito dal vento del terrore e non poteva fare altro che subirlo. Cominciò a sudare freddo e a tremare come una foglia. Me la sto immaginando, non esiste quella cosa lì, è comparsa dal nulla e prima o poi nel nulla ritornerà, pensò. Dopo qualche istante ritornò in sé e pensò di pigiare l’interruttore della luce che si trovava impresso sul muro, tra il comodino e il letto. Mosse il suo braccio e lo librò piano, piano, piano, lentamente, finché con uno scatto violento spinse il bottone, senza mai distogliere lo sguardo da quella apparizione.

La casa s’illuminò.

E l’ombra scomparve.

Egli s’acquietò, emise un sospiro di sollievo. Sono sicuro che è stata la stanchezza a giocarmi un brutto scherzo, devo andare a dormire, pensò. Volle rimediare allo spavento subito consultando il suo luminoso cellulare. Trascinava il suo dito sullo schermo con fare irrequieto. Cercava compagnia. Aveva bisogno di qualcuno o qualcuna con cui passare il tempo occultando il suo vero volto e mostrando alla sua platea virtuale una figura falsa, distorta, scevra da imperfezioni e difetti. Poi gli ritornò in mente quella sagoma senza occhi, naso, orecchie, bocca.

Rabbrividì.

Decise istintivamente di accendere la televisione. Lo schermo lo salutò e lui ricambiò accennando un sorriso. Al suo interno, una volta pigiato il tasto d’accensione del telecomando vide una giovane donna. Era deliziosa, seducente e simpatica. Sorrideva. Emanava un buon odore ed egli lo sentiva perfettamente, ne coglieva la sua essenza. Era reale, era lì, proprio davanti a lui. Il modo con cui la donna lo guardava gli aveva fatto credere di essersi imbattuto in un’amica. Pensava che difronte a sé avesse trovato una persona con cui chiacchierare, in grado di ascoltarlo con attenzione, di tendergli la mano, di consolarlo, di accarezzarlo, di abbracciarlo. Un uomo altrettanto bello, un porcellino e un pollo brioso, apparvero accanto a lei immersi in una verde e distesa e suggestiva prateria, con tanto di uccellini e tocchi qua e là di freschissima rugiada, tutt’e tre incollati in tante confezioni di merci, oggetti, cose, che in quel momento stavano reclamando l’esistenza di una nuova marca di surgelati. Lo invitavano a raggiungerlo in quel mondo, a farsi comperare. Egli accettò di buon grado.

Chiuse gli occhi senza sbarrarli completamente e cercò di addormentarsi con la luce della stanza accesa.

Il televisore continuava a funzionare ad alto volume. Era ormai notte fonda. Pazientava, pazientava e ancora pazientava, si girava e rigirava nel suo letto, sicuro che prima o poi il rumore della televisione lo avrebbe accompagnato e condotto nel regno del sonno, favorendogli provvisoriamente la fuga dalla vita. Non appena s’addormentò, la luce misteriosamente andò via. La televisione emise un ghigno impercettibile. E quella mostruosa sagoma, ancor più imponente e minacciosa di prima, dagli abissi delle tenebre riapparve.

Andrea Costanza